Oggi, 30 Novembre 2011, sul quotidiano Libero, è stato pubblicato un articolo che ha lasciato a bocca aperta gran parte della popolazione femminile italiana, e non solo.
Vorrei sapere se il giornalista in questione abbia mai guardato fuori dalla finestra del suo ufficio per vedere come si sta riducendo il nostro Bel Paese. Se ci sono meno figli non è certo “colpa” delle donne che studiano. Il tasso di natalità scende sempre più vorticosamente perché non ci sono soldi. Non ci sono soldi perché non c’è lavoro. Non c’è lavoro perché non esiste un ricambio generazionale e perché la vetta della trottola, popolata dagli “anziani” rimane ancorata alla poltrona con le unghie e con i denti. Non c’è lavoro perché siamo un paese fondato sugli stage, sui contratti a tempo determinato, sulla cassa integrazione e sulle collaborazioni. Non si fanno figli perché per una coppia, che decide di creare una famiglia, non ci sono prospettive per il futuro. Perché per garantire una qualità di vita accettabile per i propri figli (questo comprende istruzione, salute…) bisogna avere delle certezze. L’Italia, queste certezze, le cancella giorno dopo giorno.
Le donne non fanno figli perché quando, finalmente, trovano un lavoro se “disgraziatamente” si presentano in ufficio con il pancione, corrono il rischio di essere licenziate. Questo, secondo la legge italiana, è un reato, ma non mancano i casi. Quindi se le donne vengono licenziate, come possono mantenere il futuro dell’Italia?
Non bisogna dimenticarsi che non esistono agevolazioni per chi deve gestire lavoro e famiglia. Basti pensare ai fondi che vengono strappati via agli asili nido statali, con la conseguente privatizzazione delle strutture; quindi solo chi ha i soldi può permettersi un asilo, diffondendo ulteriormente il senso di precarietà. Inoltre le aziende italiane, a differenze di quelle americane, inglesi o olandesi (decadenti?!?), non predispongono un nido aziendale.
Essere colte o meno non vuol dire che si è più o meno disposte a fare figli. Mi irritano, e non poco, gli esempi citati. Come se la povertà e l’analfabetismo, fossero le due parole chiave per un paese fecondo. L’Italia svestita, arrivista e senza scrupoli (così ci fanno apparire!!) non si presta come metro di paragone con paesi come l’Uganda, il Niger, la Siria e l’Egitto, dove la ricchezza (economica e sociale) è rappresentata dalla famiglia, valore fondamentale che sta alla base della società.
Camillo Langone conclude così il suo articolo: «Ebbene, gli studi più recenti denunciano lo stretto legame tra scolarizzazione femminile e declino demografico. La Harvard Kennedy School of Government ha messo nero su bianco che “le donne con più educazione e più competenze sono più facilmente nubili rispetto a donne che non dispongono di quella educazione e di quelle competenze”. E il ministro conservatore inglese David Willetts, ha avuto il coraggio di far notare che “più istruzione superiore femminile” si traduce in “meno famiglie e meno figli”.il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà. Così dicono i numeri: non prendetevela con me».
Rifacendomi alle teorie femministe per la liberazione sessuale, concludo così: noi donne non siamo degli oggetti. Non siamo delle incubatrici utili per la crescita della nazione e dell’ego maschile. Non siamo contenitori senza cervello. Continueremo a studiare, ad emanciparci, e a scegliere. Perché, sulla scia del leitmotiv che unì le femministe italiane e statunitensi degli anni Sessanta-Settanta, “Io sono mia, il corpo è mio, e io saprò scegliere il momento giusto per diventare madre”. Di sicuro non sarà una scelta legata alle statistiche, ai libri, all’immigrazione e alla politica.



ormai siamo in mano a gente senza scrupoli, che pensa solo ai loro profitti. dateci la possibilità di un lavoro decente. dateci le scuole che funzionano. dateci la possibilità di mantenere una famiglia e noi saremo felicissime di avere figli