Intervista al Capitano Valentina Papa, pilota in Afghanistan

La testimonianza del Capitano Valentina Papa conclude il percorso di approfondimento che ci ha guidato in questo mese, dedicato al mondo del lavoro al femminile, attraverso le storie delle donne che hanno scelto di indossare l’uniforme e servire il Paese. Sono donne giovani, forti e combattive, che stanno vivendo esperienze significative e che ci fanno aprire gli occhi su un mondo complesso come quello delle Forze Armate. Valentina è un pilota dell’8° Gruppo del 14° Stormo dell’Aeronautica Militare e attualmente è impiegata nel teatro operativo più difficile: l’Afghanistan.

Quando e perché hai deciso di arruolarti?

Il mio arruolamento risale al 2001 e da quella data in molti mi hanno chiesto il motivo di una scelta cosi’ “particolare”. Non e’ facile rispondere perché credo che non si possa spiegare fino in fondo, e’ un qualcosa che si sente dentro; il desiderio di appartenere alla Forza Armata del proprio paese non si discosta da quello di diventare giornalista, ingegnere, insegnante: il desiderio di realizzazione in un determinato settore nasce dentro di noi e bisogna solo impegnarsi per realizzarlo.

Cosa significa essere donna ed indossare un’uniforme?

Il mio ruolo, quello di pilota presso l’8° Gruppo del 14° stormo dell’Aeronautica Militare, mi ha portato ad avere una preparazione specifica con la capacità di poter essere impiegata anche con preavvisi di pochissimi giorni. Io personalmente non ho ancora figli, ma senza dubbio per chi ha famiglia questa situazione di prontezza comporta notevoli difficoltà. Fortunatamente sia in Aeronautica che nelle altre Forze Armate ci stiamo adeguando per supportare le famiglie consentendoci di poter operare, da questo punto di vista, in serenità.

Cosa significa essere una donna soldato in Afghanistan?

Voglio partire dal concetto di soldato che come per i miei colleghi maschi è estremamente variegato. Qui in Afghanistan i ruoli sono molteplici e si passa da coloro che mantengono la pressione operativa sul territorio, uomini e donne che quotidianamente escono con i loro veicoli per garantire la sicurezza della popolazione afghana, a coloro che si impegnano con la stessa professionalità all’interno delle basi o delle FOB (le basi operative avanzate) con compiti di coordinamento o anche più semplicemente di supporto alle truppe ed all’attività.

Secondo me essere soldato significa proprio questo, cioè sapere di essere parte di un sistema che ha un obiettivo conosciuto nel quale ognuno concorre, con la sua attività, a raggiungerlo. In questo contesto essere donna o uomo come può ben capire perde di significato.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Per farle capire il mio lavoro qui ad Herat ritengo neccesario spiegarle in grandi linee  cosa e’ l’FSB e di cosa si occupa.

La Forward Support Base (FSB) HERAT, è una base multinazionale costituita e regolamentata con contributo bilaterale Italia Spagna. Supporta il trasporto aereo strategico ed intra-teatro delle forze ISAF/CF, ed in aggiunta provvede ad ospitare strutture temporanee per assetti ad ala fissa e rotante che espletano missioni di Close Air Support, Sorveglianza, Ricognizione e MEDEVAC.  La stessa supporta altresì i Provincial Reconstruction Team (PRT) presenti nella Regione Ovest dell’Afghanistan.

L’FSB HERAT è costituita dell’aeroporto e da tutte le strutture necessarie al proprio funzionamento. L’Ufficio Operazioni di FSB, risulta essere il fulcro di tutte le attività operative aeroportuali che coinvolgono l’FSB HERAT; e’ retto da un maggiore spagnolo da cui io dipendo (B.O.C. Chieff)  e un Capitano spagnolo (Current ops chieff).

Per quanto concerne il compito del mio collega al Current Ops è il coordinamento di tutti i servizi aeroportuali, la gestione dei movimenti aerei e terrestri con il conseguente rilascio dei relativi PPR (Prior Permission Request).

Il mio e’ quello di coordinare le procedure operative durante la normale attivita’ e, in caso di emergenza, di supportare la gestione dell’evento da parte del comandante dell’FSB e del General Staff Chieff. Ogni singola attivita’, che sia di sorveglianza (data dalla nostra Force Protection), di gestione degli eventi in pista (torre, current ops, BOC),  di sicurezza di tutto il personale che lavora in Camp Arena, viene  monitorizzato da me e dagli uomini che collaborano con me. Il BOC e’, per sua natura, un centro di comunicazione tra i vari enti, dove ogni informazione viene correttamente indirizzata a chi di competenza per un funzionale svolgimento delle attivita’ quotidiane.

Non si puo’ certo dire che quello del capo del Boc non sia un lavoro dinamico, e grazie alla sua natura, diventa ogni giorno sempre piu’ stimolante e gratificante. Stimolante perche’ ogni giorno io e il mio personale ci interfacciamo con situazioni sempre nuove, gratificante perche’ possiamo dare un contributo alle operazioni quotidiane affinche’vadano a buon fine.

Il fatto di essere donna aggiunge un valore particolare alla divisa che indossi?

Forse per chi non è abituato ad avere ogni giorno sempre lo stesso abito può sembrare strano. A casa noi donne usiamo ciò che indossiamo per valorizzare il nostro essere. Sappiamo scegliere l’abito adatto in funzione della situazione nella quale ci troveremo spesso con l’obiettivo di far capire a chi ci guarda chi siamo. Ma con la mia divisa è diverso. Sono uguale a tutti gli altri e non è semplicemente un abito, è per me una forte fonte di motivazione. Innanzitutto perché su di essa ci sono dei simboli che anche nella routine quotidiana del vestirsi la mattina in qualche modo mi colpiscono sempre. Dal nome della mia Forza Armata, che tengo a sinistra sul cuore e che mi ricorda il tempo passato in Accademia e poi alle scuole di volo, alla bandiera che mi riporta a casa ed alla quale sinceramente  do un valore piu’ che simbolico. Poi c’è lo stemma della NATO e quella piccola scritta che quasi sembra aggiunta successivamente: “ISAF”ma che in realtà è il motivo per cui sono qui.  Non sono io a valorizzare la divisa ma al contrario è lei e tutto ciò che rappresenta ad aver valorizzato me più di ogni altro vestito abbia mai indossato.

Qual’è il ruolo del Female Engagement Teams?

Dalle mie colleghe  ho appreso come la condizione della donna qui sia particolarmente delicata nonostante le statistiche indichino che la maggior parte della popolazione afgana è di sesso femminile. So che il F.E.T. sta svolgendo un lavoro delicato, anch’esso all’interno di quelli che sono i compiti che le forze della coalizione hanno qui in Afghanista. La A di ISAF infatti sta per Assistance e credo che l’intervento delle mie colleghe sia di sicuro uno dei modi migliori per assistere la popolazione, in questo caso femminile. Loro possono contare sulla mia parte di lavoro rappresentata dalla S che vuol dire sicurezza secondo il motto che ho imparato qui  e che teniamo ben presente nelle nostre attività che recita: “non può esserci sviluppo senza sicurezza, non può esserci sicurezza senza sviluppo”.

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