Lavoro e precarietà: intervista a Diversamente occupate

Fonte http://diversamenteoccupate.blogspot.it/

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla flessibilità lavorativa. Un’affermazione che potrebbe rappresentare una valida alternativa all’articolo 1 della Costituzione italiana, soprattutto dopo l’ultimo exploit della ministra Elsa Fornero sul lavoro (‘Il lavoro non e’ un diritto, va guadagnato, anche con il sacrificio’). Fortunatamente nel nostro paese non tutti la pensano così, come testimoniato da Diversamente occupate, un gruppo di giovani donne, che, intorno al tema del lavoro, ha creato un vero e proprio spazio di riflessione, dibattito e confronto. La redazione, formata da Claudia Bruno, Antonella Buonauro, Federica Castelli, Teresa Di Martino, Angela Lamboglia, Valeria Mercandino, Eleonora Mineo e Roberta Paoletti, riunisce lavoratrici precarie provenienti da diverse regioni e accomunate dalla passione per il “pensiero delle donne”.

Come nasce Diversamente occupate?

Ci siamo incontrate nella redazione di una rivista storica del femminismo romano, Dwf, dove abbiamo avviato un confronto con donne di generazioni precedenti sul tema del lavoro, per noi il chiodo fisso, l’argomento verso cui andavano a finire tutte le nostre discussioni. Da questo confronto sono nati i due numeri, Diversamente occupate, da cui il nome del collettivo, e Lavoro. Se e solo Se.

Diversamente occupate sta ad indicare non solo che stiamo nel mondo del lavoro come precarie – quindi diversamente in termini di diritti e tutele rispetto al modello del lavoratore a tempo pieno e con contratto a tempo indeterminato -, ma anche che è diverso il modo in cui ci rappresentiamo il lavoro.

Questo, per un verso, ha a che fare con l’assumere il dato della differenza sessuale e una genealogia femminile, per cui essere in posizione “atipica” nel mercato del lavoro non è una novità degli ultimi trent’anni per le donne, da sempre dentro e fuori il mercato del lavoro.

Dall’altro c’è un mondo del lavoro cambiato, in cui l’impiego non corrisponde più a uno status, non ci si identifica quanto in passato con il proprio mestiere e per chi colleziona tanti contratti a termine diversi sarebbe anche impossibile farlo. Significa anche stare diversamente rispetto a un modello di lavoro che quanto meno ti offre sicurezze a livello di salario e diritti, tanto più pretende da te in termini di messa a profitto di tutti i tempi di vita e di tutte le tue competenze e qualità. Un processo già molto evidente nel lavoro cognitivo e nei lavori di cura, ma sempre più visibile anche in altri ambiti lavorativi.

Quali sono i vostri obiettivi?

Quello che ci ha spinte a trasformare l’esperienza della scrittura dei due numeri e della loro presentazione in tanti luoghi di donne in giro per l’Italia nel progetto del collettivo è il fatto che la frammentazione del lavoro e l’assorbimento dei tempi di vita si traducano anche nello svuotarsi della dimensione pubblica. Quindi solitudine di fronte a situazioni lavorative ricattatorie, tentativi di via d’uscita a livello individuale, in un clima di competizione sfrenata per il rinnovo di un altro mese di contratto, e poche possibilità di fare rete con altre e altri.

Da qui il metterci insieme tra noi e poi la partecipazione di Diversamente occupate al comitato Il nostro Tempo è adesso e alla coalizione dei lavoratori indipendenti Il Quinto Stato, due realtà che tengono insieme associazioni, gruppi e singolarità impegnate sul tema del lavoro, con l’idea di una ricomposizione possibile delle istanze di tutti i lavoratori e le lavoratrici, al di là della retorica dello scontro generazionale o tra garantiti e non garantiti.

Cosa pensate della riforma del mercato del lavoro proposta dall’attuale governo?

Pensiamo che il Ddl Fornero cavalchi strumentalmente quella contrapposizione di cui sopra, il dover togliere a chi avrebbe avuto troppo per dare a chi ha poco o nulla, per allineare le condizioni di tutti al ribasso. Il governo Monti ha promesso una riforma per l’occupazione dei giovani, ma di fatto non è intervenuto sul problema della precarietà – né riducendo le tipologie contrattuali  che la realizzano, né prevedendo adeguati strumenti a sostegno della continuità di reddito a seguito della perdita del posto di lavoro – e ha agito solo aumentando la flessibilità in uscita, svuotando di fatto l’articolo 18 sul licenziamento senza giusta causa. Anche rispetto al tema dell’occupazione femminile, la riforma è insoddisfacente.

La ministra Elsa Fornero aveva promesso misure per la cosiddetta conciliazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro, ma alla fine si è limitata a introdurre un giorno di congedo obbligatorio per i padri. Un provvedimento che non incide sulle vite e cambia poco anche a livello simbolico – nonostante lei lo abbia difeso come un mezzo per un cambiamento culturale -, perché non muove in direzione di un diritto universale alla maternità e alla paternità.

La flessibilità lavorativa come risorsa. E’ possibile in Italia?

E’ possibile, a patto di alcuni chiarimenti.

Primo, quando il premier Monti contrappone la noia del posto fisso agli stimoli sempre nuovi di impieghi differenti, non parla del mercato del lavoro in generale. Quando reddito, forme contrattuali, tipo di mansioni, etc, sono negoziabili cambiare, immagino, dispiaccia a pochi. Ma il problema è che questo quadro non riflette la condizione di tutti o della maggioranza, bensì di un’elite.

Secondo, va bene la flessibilità quando ha senso: a lavoro stabile deve corrispondere contratto stabile.

Terzo, in una serie di professioni cambiare datore di lavoro è d’obbligo: traduttori, informatici, giornalisti, grafici, tutto il mondo del sociale e della cultura, etc. Qui la flessibilità è non solo accettata, ma anche spesso scelta. E può essere risorsa, a condizione che vi siano strumenti di sicurezza sociale a coprire l’intermittenza dei periodi lavorativi e diritti pari a quelli degli altri lavoratori rispetto a temi come malattia, gravidanza, pensione. Una delle proposte su cui più sta convergendo l’attenzione è quella di come garantire continuità di reddito. C’è un dibattito aperto su come dovrebbe essere questo reddito – reddito minimo, incondizionato, etc – ma a differenza di altri paesi europei l’Italia stenta ad affrontare sul serio questa questione.

1 commento

  1. anna's Gravatar anna
    3 luglio 2012 at 10:49 | Permalink

    Sempre ottimi articoli! Complimenti!

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