Secondo il rapporto annuale 2012 dell’Istat la distanza tra il tasso di disoccupazione giovanile e quello complessivo si è allargata a sfavore dei giovani. Lo scorso anno il divario ha raggiunto il livello più elevato dal 1993, con un tasso di disoccupazione tra i 18 ed i 29 anni pari al 20,2% a fronte dell’8,4% totale. Ciò significa che il numero di giovani che hanno un’occupazione stabile nel nostro paese si è ridotto drasticamente. Ed il primato negativo in questo senso spetta alle donne, per le quali la disoccupazione è arrivata addirittura al 51,8% nel Mezzogiorno. Questo è forse il dato più significativo che dimostra il generale arretramento civile del nostro paese.
Questa potenziale forza lavoro rimane inutilizzata o sfruttata in maniera discontinua. Si impone infatti al panorama giovanile un lavoro che sia il più possibile flessibile, a tempo determinato, precario e temporaneo. Sempre secondo l’ultimo rapporto Istat: “La disoccupazione giovanile si alterna spesso con l’occupazione a termine: se nel passato la prima corrispondeva principalmente all’attesa del lavoro stabile, oggi essa è prevalentemente determinata dall’instabilità del lavoro per i giovani, cioè dall’alternarsi di brevi fasi lavorative e periodi di disoccupazione.”
Negli ultimi anni si sono sviluppati una varietà di contratti, cosiddetti atipici, che impongono una minore stabilità lavorativa e che spesso non garantiscono diritti previdenziali ed alcun tipo di tutela per il lavoratore. Si è ampliato dunque il divario tra lavoro a tempo indeterminato ed a tempo determinato, con un aumento crescente di quest’ultima modalità.
La percentuale di precarietà è inoltre più alta per le donne, in oltre un terzo dei casi analizzati dall’Istat infatti, i contratti a tempo determinato riguardano le donne più giovani, che sono anche le più a rischio per quanto riguarda il mancato rinnovo, soprattutto in caso di gravidanza. Tutto questo provoca un clima di insicurezza generale a causa del quale è impossibile per i giovani progettare il proprio futuro e conquistare la propria indipendenza.
Nella tendenza generale alla precarizzazione del lavoro, che non riguarda soltanto la fascia giovanile, si innesta inoltre il fenomeno del lavoro in nero, che i dati Istat per ovvie ragioni non possono riportare. La tanto acclamata corsa al progresso e all’accumulazione non riesce più a creare occupazione e questo è un dato allarmante. L’istruzione che dovrebbe fornire nuovi posti di lavoro qualificati in Italia viene depauperata ed i continui tagli alla ricerca non fanno che aggravare la situazione del nostro paese.
Un altro dato importate da rilevare è la presenza di un’alta percentuale di giovani che non studiano né lavorano, i cosiddetti Neet, in Italia la loro quota è maggiore rispetto ad altri paesi europei, come la Germania, il Regno Unito e la Francia. Inoltre il livello più elevato di Neet in Italia è riscontrabile nel Mezzogiorno, dove il 31,9% dei giovani si trova in questa condizione di inattività, quasi il doppio rispetto al Centro Nord.
I dati allarmanti dimostrano che il fenomeno della disoccupazione giovanile sta accelerando. Numeri confermati dall’Ocse, secondo la quale sono quasi 11 milioni i giovani senza lavoro, un fenomeno che sembra non accennare ad arrestarsi.


