La crisi del polo industriale di Portovesme

Il destino degli stabilimenti di EurAllumina e Alcoa

Portovesme è una piccola frazione del comune di Portoscuso, in provincia di Carbonia-Iglesias. Un angolo di Sardegna che ospita un grande polo industriale e offre lavoro a circa 3600 persone. Specializzato nella metallurgia non ferrosa, unico in Italia per le sue produzioni di alluminia da bauxite, zinco, piombo e acido solforico, oro, argento e alluminio primario. Tra le ciminiere e i capannoni della zona industriale si trovano anche le centrali termoelettriche ENEL, che generano il 45% dell’energia elettrica prodotta in Sardegna. Uno sviluppo, quello di Portovesme, intrecciato a doppio filo con le fortune e la tormentata crisi del settore minerario sardo.

Tra i vari impianti, dislocati nel polo industriale del Sulcis, spiccano i nomi dell’EurAllumina e dell’Alcoa.

L’EurAllumina è un’azienda italiana, e l’impianto di Portovesme è l’unico attivo nel Mediterraneo, per la raffinazione della bauxite, con una capacità produttiva di 1.1 milioni di tonnellate all’anno. Viene fondata nel 1968 da Alsar (Gruppo MCS-Efim), Comalco Alluminium Company, Alluminuim Swiss e Metalgesellschaft, per la costruzione e la gestione di un impianto dedito alla produzione di allumina da bauxiti australiane aggredite da soda caustica.

Il gruppo MCS- Efim era formato dalla Società Mineraria Carbonifera Sarda e dall’ Ente Partecipazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere. La Carbosarda fu costituita dal governo nel 1933 rilevando da imprenditori privati tutte le concessioni minerarie per l’estrazione del carbone in Sardegna. Il governo investì in piena autarchia nel settore carbonifero sardo per consentire l’autosufficienza energetica, e la Carbosarda aprì nuove miniere, che si aggiunsero a quelle ereditate dalle concessioni private. Gli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale furono quelli di massima attività per le miniere di carbone sarde e la produzione toccò, nel 1940, il massimo storico di 1.300.000 tonnellate, e i lavoratori passarono dai 400 del 1934 ai 15.000 del 1939. Ma il periodo di boom economico subì una battuta di arresto negli anni ’50. Con il ritorno ad un mercato aperto il carbone del Sulcis si trovò a fare i conti con la concorrenza del più economico petrolio e lo sfruttamento dei giacimenti si rilevò anti-economico. La produzione iniziò a ridursi progressivamente e per creare un nuovo sbocco alla produzione delle miniere fu affidata alla Carbosarda la realizzazione di una grande centrale termoelettrica alimentata dal carbone del Sulcis. Ma nel 1962, con la nazionalizzazione dell’industria elettrica la Carbosarda passò i suoi impianti (centrali e miniere) all’ENEL e i minatori furono trasferiti solo nel 1965, dopo una lunghissima vertenza sindacale per avere diritto al più vantaggioso contratto dell’industria elettrica. La Carbosarda invece passò sotto il controllo dell’Efim e investì gli indennizzi ricevuti dall’ENEL nella realizzazione del polo integrato dell’alluminio nell’area di Portovesme. Nel 1973 l’Efim acquisì la SAVA (Scoietà Alluminio Veneto, stabilimento di Porto Marghera, Fusina, Nembro e Mori), comparto metallurgico della Montedison, diventando l’unica azienda italiana operante nel settore; la Carbonsarda si trasformò in una finanziaria che fungeva da subholding per il settore dell’alluminio. La situazione finanziaria dell’Efim fu sempre precaria, a causa di un indebitamento finanziario che, negli anni ’80, era superiore al fatturato. A causa dei suoi investimenti diversificati senza una coerenza apparente ed alla sua politica di acquisizioni di aziende considerate poco appetibili dai privati o agli altri enti statali, l’Efim si guadagnò la fama di “ente spazzatura”. Fu messo in liquidazione nel 1992, i debiti ammontavano a circa 18.000 miliardi di lire, e la Carbonsarda seguì le sue sorti.

La vita dello stabilimento del Sulcis dell’EuroAllumina è stata modellata da acquisizioni e passaggi di consegne. Nel 2000 arriva a fatturare 260 miliardi di lire e nel 2006 la Comalco cede il 56,2% della società al gruppo russo RusAl. Il 30% del prodotto EurAllumina veniva venduto all’impianto prospiciente di Alcoa per la trasformazione in alluminio, un’altra percentuale dello stesso prodotto era diretto a Cagliari presso Fluorsid mentre la parte rimanente veniva spedito via nave agli altri stabilimenti della stessa RusAl.

Nel 2009 la crisi economica mondiale arriva anche in Sardegna ed investe il settore dell’alluminio facendo precipitare la domanda e, di conseguenza, il prezzo del metallo sui mercati internazionali, portando alla chiusura delle attività di EurAllumina nel marzo del 2009 e alla messa in cassa integrazione per un anno dei  400 dipendenti diretti. Dopo tre anni nei quali Governo e Regione sono rimasti inerti, grazie alla nuova guida del Ministero dello Sviluppo Economico, la vertenza sta vedendo, forse, i primi buoni risultati. RusAl, multinazionale russa proprietaria dello stabilimento, intende riavviare la produzione ma necessita di energia termica al posto del vapore prima prodotto con le caldaie interne. La centrale dell’Enel di Portovesme potrebbe fornire il vapore ottenuto dalla combustione del carbone, ma le trattative sul punto si stanno evolvendo molto lentamente. Il 31 dicembre scadrà la cassa integrazione in deroga per i lavoratori dell’EurAllumina, che si stanno mobilitando per chiedere al Governo un aiuto per chiudere l’accordo con Enel. Questa via rappresenta l’unica prospettiva per la ripresa della produzione. Il punto focale di tutta la trattativa è il prezzo dell’energia. Se Enel, Terna, EurAllumina, Governo nazionale, Regione, Provincia e RusAl, riusciranno a trovare un compromesso per lo stabilimento di Portovesme, allora la multinazionale russa riaprirà i battenti dell’impianto. Ma i lavoratori sono stanchi e non credono più in vertici inconcludenti e promesse mai mantenute. Hanno bisogno di qualcosa di concreto, per uscire da questi tre anni di inferno.

L’Alcoa è un’azienda americana, terza nel mondo per la produzione di alluminio, dietro alla canadese Rio Tinto-Alcan e alla russa proprietaria dell’EurAllumina, RusAl. La gestione delle operazioni arriva da Pittsburgh, in Pennsylvania, ma l’Alcoa lavora in 44 paesi e opera in Italia dal 1967. Nel 1996 acquisisce la società a partecipazione statale ALUMIS (del gruppo Efim), e mantenendo la sede direzionale a Milano, predisponde due unità produttive: una a Fusina, in provincia di Venezia, specializzata in prodotti laminati e una in Sardegna, nel polo industriale di Portovesme, specializzata nella produzione di allumionio primario.

Il 5 gennaio scorso la direzione dell’Alcoa decide di chiudere lo stabilimento di Portovesme. La notizia arriva tramite un comunicato stampa e per i 500 dipendenti si apre la strada della cassa integrazione. Una delle motivazioni principali che “giustificano” la chiusura, è legata al fatto che lo stabilimento del Sulcis è quello con i più alti costi di produzione. Dal 2009 ad oggi ha avuto perdite operative continue e, grazie anche alla crisi, non si intravedono margini di miglioramento o inversioni di tendenza. Il costo dell’energia e delle materie prima cresce e il prezzo dell’alluminio a livello mondiale scende. Sul sito della compagnia americana si legge che l’Alcoa ha lavorato in stretta collaborazione con i propri stakeholder per individuare delle soluzioni a lungo termine per lo stabilimento di Portovesme e che, nonostante le perdite significative dello smelter, gli investimenti non si sono mai fermati. Il processo di chiusura dello stabilimento sembra l’unica soluzione possibile. I dirigenti dell’azienda sono consapevoli dell’impatto sociale che può avere una notizia di questa portata e l’intenzione è quella di indentificare, insieme alle Parti Sociali, il giusto supporto per i dipendenti e le comunità coinvolte.

Ma il nome dell’Alcoa non è nuovo alle cronace italiane. Già nel maggio del 2010 la società aveva firmato un memorandum d’intesa con il Governo e i sindacati in cui confermava la sua volontà di mantenere operativo lo stabilimento di Portovesme in accordo con un piano industriale che comprendeva investimenti per l’impianto. La dirigenza di Alcoa era convinta che la continuità operativa dello smelter potesse essere raggiunta, ma il memorandum stesso non prevedeva l’impegno a garantirla, in quanto le condizioni economiche generali avrebbero potuto cambiare in maniera peggiorativa al di fuori del controllo delle parti, rendendo vano il miglioramento dei costi che si stava cercando di raggiungere attraverso gli investimenti programmati.

Mai teoria fu più realistica di questa. Dopo due anni è accaduto quello che Alcoa aveva previsto, e nonostante il supporto del Governo con la legge per “la sicurezza di approviggionamento di energia elettrica nelle isole maggiori” e le iniziative adottate dai lavoratori per migliorare l’efficienza delle attività produttive, Alcoa ha detto addio alla Sardegna. Lo smelter, sempre a detta della dirigenza aziendale, rischia di non essere più economicamento sostenibile nel futuro, a causa anche dell’introduzione dei diritti di emissione EU ETS (Emission Trading System) e del rialzo dei prezzi dell’energia e dei costi aggiuntivi dettati dalla sopracitata normativa europea.

È proprio l’aumento del costo dell’energia elettrica, che influisce per il 35-40% sul costo di produzione dell’alluminio, a determinare le sorti dello stabilimento di Portovesme. Per poter rendere sostenibile la produzione di alluminio, è necessario avere accesso a forniture di energia a prezzi competitivi sul piano internazionale e stabiliti nel lungo periodo. Le riduzioni delle capacità produttive e le chiusure degli stabilimenti Alcoa (quello di Portovesme non è l’unico coinvolto, anche gli stabilimenti spagnoli di La Coruña e Aviles in Spagna sono stati chiusi, insieme ad uno smelter in Tennessee e due linee produttive dello smelter di Rockdale in Texas) contribuiranno all’obiettivo a lungo termine di Alcoa di migliorare di 10 punti percentuale la sua posizione nella curva dei costi di produzione dell’alluminio a livello mondiale. Ma la ricerca del “successo” aziendale nasconde, forse, la reale motivazione della chiusura, che va ricercata nella multa di 300 milioni di euro che l’Unione Europea ha inflitto all’Alcoa per aver usufruito in passato di aiuti economici da parte dello Stato.

Il 24 Maggio sono iniziate le visite nello stabilimento sardo dell’Alcoa dei rappresentati dei gruppi europei che hanno manifestato interesse per rilevare la fabbrica. Alla multinazionale statunitense, che ha ufficialmente manifestato l’intenzione di cessare la produzione, a fine marzo il Governo aveva strappato un accordo per evitare una chiusura immediata e consentire il passaggio ad un nuovo imprenditore. Ritirata la mobilità per i dipendenti a metà aprile, è stato poi raggiunto un accordo per i 500 lavoratori Alcoa che hanno ottenuto la cassa integrazione. Inoltre il 16 maggio scorso, durante l’ultimo vertice al Ministero dello sviluppo economico a Roma, si son poste le basi per il futuro dello stabilimento sardo con il contenimento del costo dell’energia, fattore-chiave per l’economicità della produzione. Il Governo punta ad ottenere il prolungamento delle tariffe agevolate per tre anni e attende ora la risposta dell’Unione europea entro luglio. In questo modo verrà meno l’alibi dell’azienda americana e si eviterà un’ulteriore svalutazione dell’area industriale di Portovesme.

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