Slutwalk. La marcia delle cocottes

“My clothes are not my consent”

Canada. Stati Uniti. Europa. Nuova Zelanda. Asia e Australia. A partire dall’aprile 2011, muovendosi da Toronto per superare velocemente i confini del continente nordamericano, la protesta delle sluts raggiunge in uno schioccare di dita i quattro punti cardinali del pianeta.

Il messaggio lanciato è chiaro e ottiene un’eco notevole; contro tutti i tentativi di de-penalizzare lo stupro, le donne dichiarano che l’abbigliamento personale non deve in alcun modo essere considerato una giustificazione del tentativo di violenza sessuale. Non a caso, la protesta si caratterizza per il suo tratto estetico; vestendo minigonne, reggiseni, tacchi alti e calze a rete, le partecipanti alla marcia, rivendicando un uso personale del corpo, dichiarano che l’abbigliamento non deve essere interpretato come un’attenuante in caso di stupro. Dunque, la distinzione del codice penale tra violenze carnali più o meno gravi in base al vestiario della donna – classificazione prevista, fra gli altri, dal codice penale del Regno Unito- non avrebbe ragione di essere.

Movente della Slutwalk è la dichiarazione rilasciata dall’ufficiale della polizia di Toronto Micheal Sanguinetti che, durante una conferenza alla Osgoode Hall Law School, sottolinea come le donne, per evitare di cadere vittime di una violenza sessuale, dovrebbero adottare un abbigliamento tale da non ricordare delle «sgualdrine». La reazione della popolazione femminile del Canada è immediata: il 3 aprile, marciando per le strade di Toronto, le prime organizzatrici della «marcia delle prostitute» affermano con energia che non è il vestiario a costituire la causa prima della violenza. L’aggressore ne è l’unico responsabile e la vittima non ha alcuna parte nello stupro.

La Slutwalk non si limita agli sgargianti e divertenti abiti indossati simbolicamente dalle manifestanti; accanto a loro, attiviste sfilano nei panni quotidiani per ricordare come donne subiscano violenze sessuali soprattutto durante lo svolgimento delle normali attività lavorative.

Interessante è notare l’uso del termine «slut», impiegato per designare il movimento e che, anche all’interno dei gruppi femministi, è motivo di aspre critiche. Si ricorderà come uno degli aspetti salienti degli studi di genere contemporanei sia quello di riflettere sul linguaggio. Confrontandosi con gli strumenti della semiotica, gli studi femministi rivendicano la funzione politica della parola. Termini quotidianamente rivestiti di un significato negativo come queer, nigger, gay e lo stesso slut sono ora oggetto di un processo di de-significazione e ri-significazione della parola il cui significato originario è alterato o perduto. È il caso della filosofa statunitense Judith Butler che, tra le prime a cimentarsi nella filosofia del linguaggio, elabora, all’interno de Il Problema Genere e Corpi che contano, l’ormai famosa queer theory. Il termine queer sta per deviante, trasgressivo, strano. Il sintagma, originariamente utilizzato per indicare gli omosessuali, è oggetto di una variazione di significato; caratterizzandola positivamente, se ne rivendica un uso politico differente.

Ancora Genevieve Makaping, antropologa camerunense italiana, rivendica il diritto di definirsi «negra». Decidendo di riappropriarsi della parola solitamente dispregiativa, come hanno fatto prima di lei Malcom X e bell hooks, la Makaping cerca di decostruire il significato negativo del termine assegnandogli una valenza positiva e, al contempo, marcando la consapevolezza che le parole non sono neutre ma, al contrario, segnate da un profondo significato politico.

www.slutwalkcarbondale.com

Sonya Barnett e Heather Jarvis, le fondatrici del movimento Slutwalk, proseguono sulla stessa strada. Allacciandosi alla dichiarazione di Sanguinetti, le co-fondatrici decidono di riscattare il termine slut dal suo significato negativo e di impiegarlo come denominazione della protesta. Le due attiviste affermano che le donne non vogliono più essere colpevolizzate per la propria sessualità «con il risultato di sentirsi continuamente a rischio». Esse specificano che un determinato atteggiamento estetico non implica che la donna si stia «rendendo disponibile alla violenza, a prescindere se si partecipi al sesso per piacere o per lavoro».

Distaccandosi da tale interpretazione Gail Dines, docente universitaria, femminista e attivista contro la pornografia, ritiene che la rivendicazione pubblica del termine «troia» nasconda un problema intrinseco. L’uso della parola «puttana» non può prescindere dall’economia binaria madonna/sgualdrina e, quindi, impedisce di creare una sessualità autentica e una rivendicazione politica in quanto si colloca all’interno del linguaggio codificato dall’uomo per indicare e definire la sessualità femminile.

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