Una donna che lotta contro il potere delle mafie, per costruire un Messico migliore
Il 13 Dicembre, presso l’Istituto Cervantes a Roma, si è tenuto un incontro con la giornalista e scrittrice messicana, Lydia Cacho, in occasione della presentazione del suo libro Memorias de una infamia, edito da Fandango Libri.
Lydia Cacho è nata a Città del Messico, il 12 Aprile del 1963, e da sempre si batte per i diritti delle donne e dei bambini, e lo fa attraverso le sue parole e la sua voce. Ha iniziato la sua carriera scrivendo per le pagine culturali del giornale Novedades de Cancùn, e in seguito iniziò ad interessarsi di problemi sociali. Lydia descrive la sua famiglia come una “tribù amorosa, solidale e forte, che ha sempre condiviso ideali pacifisti”. La madre la portava, insieme alle sue sorelle e ai fratelli, nelle “città perdute” della capitale. “Là la gente vive nelle discariche – racconta –, con una tortilla al giorno…quando c’è. Penso che mia madre non abbia mai immaginato l’effetto che produsse nella mia anima quell’incontro”. Nel 2003 scrisse degli articoli per il giornale Por Esto, su abusi sessuali perpetrati nei confronti di minori nella città di Cancùn.
La sua voce esplose con la pubblicazione del libro Los demonios del Edén (pubblicato nel 2005). Un’accusa aperta contro Jean Succar Kurì, noto proprietario di alberghi, responsabile di un giro di pornografia infantile e prostituzione. Le sue parole sono affiancate dalle dichiarazioni delle vittime e da alcuni video ripresi con una telecamera nascosta. L’autrice punta il dito contro politici come Emilio Gamboa Patròn e Miguel Angel Yunes. Quando Kamel Nacif Borge, uomo d’affari di Puebla, accusato di essere il protettore di Succar Kurì, la citò per diffamazione, la vita di Lydia Cacho venne completamente sconvolta.
Fu arrestata illegalmente da un gruppo di poliziotti, malmenata e trasportata nel carcere di Puebla, e liberata solo dopo il pagamento di una cauzione. Nel febbraio del 2005 furono rivelate alcune intercettazioni telefoniche che provano come Nacif Borge e Mario Plutarco Marìn Torres (Governatore di Puebla) si fossero accordati per l’arresto ed i maltrattamenti di Lydia Cacho, in modo da intimidirla.
Memorias de una infamia è il racconto della sua prigionia. Ma com’è nata l’idea di mettere nero su bianco la sua storia?
Ho deciso di scrivere Memorias de una infamia quando le mie condizioni di sicurezza erano molto precarie e c’erano buone possibilità che venissi uccisa. Lo stato messicano e i mafiosi screditavano il mio lavoro,i miei racconti e il mio pensiero, anche davanti alla corte di Giustizia del Messico.
In quel periodo conoscevo Anna Politkovskaja, eravamo molto amiche, e parlavamo spesso delle minacce contro il nostro lavoro e avevamo deciso di lasciare delle tracce di tutto quello che ci stava succedendo, delle memorie, per i posteri. Quando uccisero Anna, capii che era arrivato il momento giusto ed era importantissimo per me raccontare la mia testimonianza. È vero, il governo riesce sempre a vincere, ma dovevo mostrare alla gente la doppia faccia del potere, dovevano aprire gli occhi e loro, i potenti, dovevano capire che il mio potere sta nelle parole e nelle notizie.
Cosa significa essere una donna oggi in Messico?
Essere una donna significa sostenersi sempre, mettendo in primo piano la dignità. In un mondo dove i mezzi di comunicazione insistono sulla mercificazione delle donne, sulla divisione tra quelle che stanno con o contro il sistema, quelle che sono belle e quelle che non lo sono, quelle anoressiche e quelle sane; in un mondo che ci divide come se fossimo oggetti, rimanere esseri umani, complessi e diversi è importante.
Dove trova il coraggio per continuare la sua lotta?
Il coraggio lo trovo nell’essere donna. La gente continua a pensare, secondo antichi retaggi, che le donne siano il sesso debole, ma in realtà sono il sesso forte. Siamo quelle che, nei momenti di difficoltà, aiutano i più deboli, bambini e bambine, lottano per il cibo, per l’acqua e la terra. Semplicemente la mia condizione di donna mi ha reso forte, in un mondo che ci discrimina così tanto. Non smetto di lottare perché ho dei diritti, civili e politici, e non smetterò mai di alzare la voce davanti alle ingiustizie. Le mafie cercano di tapparmi la bocca, ma non riusciranno a farmi tacere. Il potere delle mafie non è uccidere, ma far vivere nella paura e nel terrore le loro vittime. Ma non riusciranno ad avere la mia paura.
Di lei, Roberto Saviano ha detto: “Lydia Cacho è un modello per chiunque voglia fare giornalismo. È una donna di grande coraggio che ha sopportato la prigione e la tortura per difendere una minoranza che nessuno ascolta, per attirare l’attenzione sugli abusi che bambine e donne devono subire in Messico e nelle parti più povere del mondo. Ha raccolto informazioni mai venute alla luce prima, ha rischiato in prima persona facendo i nomi di politici e imprenditori”.
Il lavoro di Lydia Cacho si avvale degli strumenti fondamentali del miglior giornalismo d’inchiesta, senza essere privo di una forte sensibilità. È una donna forte, temeraria, che ha saputo sfidare il potere con il suo lavoro. Vincitrice di numerosi premi, anche legati al suo impegno in prima persona contro gli abusi su minori, donne e deboli, Lydia Cacho ha ricevuto minacce di morte e persecuzioni giudiziarie per Los Demonios del Eden. Oggi, Lydia, vive sotto scorta.
Il 7 ottobre è uscito il libro Esclavas del poder, edito da Fandango Libri, nel quale l’autrice racconta le storie di orrore e paura, testimonianze dirette della potenza del mercato dello sfruttamento delle donne. Maltrattate, picchiate, violentate, spogliate della loro dignità, torturate e a volte uccise, e spesso intrappolate nella spirale della sindrome di Stoccolma. “La società deve capire – racconta Lydia – come funziona il meccanismo della schiavitù: lo schiavo ha bisogno di sentire affetto dal suo oppressore, deve aggrapparsi a lui come alla sola cosa che lo tiene in vita“.
Ecco perché Emma, la prima ragazza che ha trovato il coraggio di denunciare i suoi protettori, allo stesso tempo ha denunciato Lydia quando il suoi aguzzini l’hanno minacciata di morte, perché aveva raccontato la verità. Per Emma, a soli 13 anni, quella era tutta la sua vita, e la paura che potessero fare del male a lei, alla sua famiglia e a tutte le altre ragazze, l’ha resa doppiamente vittima della tratta. Grazie al coraggio di Emma ed alla forza di Lydia, Succar Kurì, indagato per riciclaggio di denaro sporco, tratta di minori per lo sfruttamento nel campo del turismo sessuale, è stato condannato a 112 anni di carcere. Un piccolo spiraglio di luce e di speranza che è riuscito a dare, a milioni di messicani, la fiducia nella giustizia. Forse in mezzo ad una fittissima rete di criminalità, corruzione e omertà, qualcuno che ascolta esiste ancora.
Quando incontri una persona come Lydia è sempre un avvenimento straordinario. Una donna, una giornalista, una scrittrice, una testimone, ma mai una vittima del sistema e del potere. “Non mi definisco una vittima, mi piace molto di più la parola sobreviviente. Perché in fin dei conti siamo tutti dei sopravvissuti alla violenza, di qualunque tipo essa sia!”.



