Un nuovo trattato per ridefinire le priorità economiche dell’Unione, ma servirà a salvare l’ideale di unità?
A vent’anni dalla ratifica del Trattato di Maastricht e dieci anni dalla nascita dell’euro, il 2012 apre le porte ad una “nuova Europa”. Nascerà a marzo con l’entrata in vigore del nuovo “Patto di bilancio” firmato a Bruxelles, nella notte dell’8 dicembre scorso, da 26 su 27 Stati dell’Unione ad eccezione della Gran Bretagna.
Un nuovo documento che andrà a modificare proprio quel Trattato, firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992, che dall’allora Comunità Europea creò l’Unione Europea, aggiungendo al «primo pilastro» della Comunità Economica e dell’Euratom, altri due nuovi «pilastri», uno relativo alla politica estera e di sicurezza comune, l’altro riguardante la cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale (così come modificato dal successivo Trattato di Amsterdam). Ma il Trattato sull’Unione rese ancor più complessa la costruzione dell’Europa, inaugurando l’ambizioso progetto della moneta unica europea.
Nel decennio 1990-2000 vennero attuate le tre fasi per la costruzione dell’Unione Economica Monetaria che, dopo la liberalizzazione degli scambi, inclusi i movimenti di capitali tra gli Stati membri, (1° luglio 1990) la creazione dell’Istituto Monetario Europeo (1° gennaio 1994) e della Banca Centrale Europea (1° giugno 1998), portò alla nascita dell’Euro prima come moneta di scambio nei soli mercati finanziari (1999) e poi come effettiva moneta unica (1° gennaio 2002) per i dodici Paesi dell’Unione che per primi aderirono alla nuova valuta.
Ad oggi dei 27 Paesi dell’Unione Europea 10 sono fuori dall’Eurozona e ad eccezione di Danimarca e Regno Unito, sotto la protezione di una particolare clausola che permette loro di conservare indefinitamente la moneta nazionale pur partecipando al Mercato Comune, vi resteranno finché non verranno soddisfatti i cinque Parametri di Maastricht necessari per l’adozione dell’euro:
- un deficit pari o inferiore al 3% del prodotto interno lordo;
- un rapporto debito/PIL inferiore al 60%;
- un tasso di inflazione non superiore di 1,5 punti percentuali rispetto a quello medio dei tre Stati membri a più bassa inflazione;
- appartenenza per almeno un biennio al Sistema monetario europeo.
Parametri che nel 1999, anno di entrata in circolazione dell’euro, né l’Italia ne tantomeno la Grecia furono in grado di osservare. La Grecia era l’unico Stato a non soddisfare nessuno dei criteri stabiliti, ma nel 2001 le fu comunque concesso di aderire all’euro contemporaneamente ad altri 11 Paesi. L’Italia attraversava un momento di grave instabilità politica e grandi difficoltà economiche, dovute alla progressiva debolezza della lira e all’alta inflazione che in quegli anni toccò punte di quasi il 20%. L’adozione della moneta unica era vista come una sorta di ancora di salvezza e la maggioranza delle forze politiche concordò nel fare il possibile per riportare il paese in linea con gli obiettivi e gli impegni sottoscritti a Maastricht. Fu dunque sotto il governo di Giuliano Amato prima e Romano Prodi poi che si attuò una politica economica di rigore per ridurre drasticamente tanto il deficit e il debito pubblico, quanto l’inflazione. L’Italia riuscì con molto sforzo a rispettare i parametri di Maastricht e nel maggio 1998 fu ammessa all’Unione Monetaria Europea.
Un traguardo certamente importante per un paese facente parte dei sei “Padri fondatori” della Comunità Europea, ma al tempo stesso molto delicato. Si andava, infatti, prefigurando un’Europa “a due velocità” con Paesi come l’Italia e la Grecia che stentavano a progredire e altri, come la Germania, che procedevano a ritmo serrato.
A distanza di vent’anni dal quel lontano 1992 la situazione sembra non essere affatto cambiata. La grave crisi economica esplosa come una bomba nell’estate 2007 negli Stati Uniti – in seguito alla crisi dei mutui sub-prime (o mutui a basse garanzie, poiché contratti anche da chi non era in grado di estinguerli) e al successivo fallimento delle banche che li avevano concessi e poi rivenduti sotto forma di “titoli tossici” ad altri enti – è giunta anche in Europa, riportando prepotentemente a galla tutti i problemi che si pensavano risolti.
A collassare per prima è stata proprio la Grecia che a fine 2009 registrava un deficit del 12,5% sul PIL, la disoccupazione intorno al 9,6% e il debito pubblico pari a 113,4%. Per questa nazione, pronta al default imminente, l’Europa e il Fondo Monetario Internazionale hanno attuato un piano di salvataggio complessivamente di 110 miliardi di euro, elargiti al governo ellenico in diverse tranche, per dare la possibilità al Paese di ridurre il debito pubblico. Ma l’alto tasso di disoccupazione, salito nel 2010 al 16%, e il declassamento delle agenzie di rating Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, costringono il Parlamento greco ad approvare un piano di austerity di ben 28 miliardi di euro, con il licenziamento di oltre 30.000 dipendenti pubblici e l’aumento della tassa sull’immobile fino al 2014. Misure drammatiche che porteranno alle dimissioni del Presidente George Papandreu e il passaggio ad un governo di unità nazionale guidato da Lucas Papademus, almeno fino alle elezioni politiche previste per aprile 2012.
In Italia, nel luglio scorso, il precipitare della crisi del debito pubblico in molti Stati – oltre la Grecia anche la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo – induce il Parlamento ad approvare in pochissimi giorni una manovra economica da oltre 70 miliardi per raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014 ma dopo soli due mesi, sotto la pressione della speculazione internazionale e su esortazione della Banca Centrale Europea, il Parlamento sarà costretto a rivedere la finanziaria attraverso una nuova manovra correttiva. Pur non essendo al limite della Grecia, anche in Italia la crisi economica ha prodotto una forte instabilità politica conclusa con le dimissioni del Premier Silvio Berlusconi e l’insediamento di un governo di “professori” con il compito di risanare il debito pubblico e l’economia interna, traghettando il Paese a nuove elezioni.
Corsi e ricorsi storici, il passato si ripete riportando alla luce i problemi nascosti dietro l’illusione di una moneta unica e di un Mercato Comune Europeo gestito da Stati che dovrebbero essere prima di tutto responsabili verso il loro popolo e poi fedeli ad un ideale alto di cooperazione e solidarietà internazionale. Ma la crisi economica d’oltre oceano ha dimostrato quanto in realtà sia fragile la stabilità dell’Unione Europea, proprio perché fondata su “un’unica moneta ma una pluralità di sovranità”.
Dalla crisi Greca abbiamo potuto imparare, attraverso la lezione impartita dalla Germania della Merkel e dalla Francia di Sarkozy, con il corposo aiuto delle agenzie di rating subito pronte a diffondere bollettini nefasti, che l’esistenza stessa dell’Europa dipende strettamente dalla longevità dell’euro, che può essere a sua volta fortemente compromessa dalla crisi interna ad un singolo Stato membro. Salvare i Paesi membri diventa, sotto questa luce, un obbligo quasi morale oltreché di interesse economico. È per questo, forse, che l’integerrima Germania ha ceduto alla modifica del trattato di Maastricht attraverso il nuovo “Patto di bilancio” con cui verrà abolita la tedesca “clausola del non salvataggio”, che attualmente impedirebbe agli Stati membri di assumersi i debiti dei loro partner. Dunque un accordo per rafforzare la disciplina di bilancio attraverso un’unione fiscale più stringente. Ma la Gran Bretagna si tira fuori rivendicando la propria autonomia monetaria e ad aprile Spegna e Italia dovranno rifinanziare il proprio debito.
Cosa succederà? L’euro resisterà al tracollo? E l’Europa salverà la sua integrità? Nessuno può saperlo nemmeno i “gemelli Merkozy” che alla fine del vertice di Bruxelles fiduciosi hanno gridato al recupero della credibilità dell’Europa. Ma il concetto di “Europa funzionale”, formulato nel maggio 1950 dal Ministro degli Esteri francese, Robert Schumann, in occasione della creazione della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (CECA), sosteneva che «la messa in comune del carbone e dell’acciaio avrebbe rapidamente determinato la fusione di interessi indispensabili per costruire una comunità economica e introdotto il fermento di una comunità più ampia e più profonda». In altre parole una cooperazione non limitata al solo aspetto economico-finanziario, ma soprattutto stimolata da valori e ideali di appartenenza a radici storico-culturali comuni, oggi perse dietro i soli interessi monetari.


