Donne migranti e donne immigrate in Europa

Sono oltre 14,9 milioni le donne extra-comunitarie (63,2%) e non presenti oggi nell’Ue che, per varie ragioni (lavoro, ricongiungimento familiare, povertà, asilo politico ecc.) decidono di spostarsi in uno dei 27 Stati membri. Ad accomunarle il cosiddetto “doppio svantaggio”, espressione utilizzata per indicare gli ostacoli e le discriminazioni vissute ogni giorno, per il fatto di essere donne e straniere allo stesso tempo.

Lo scenario principale di questo double disadvantage è ancora una volta il mercato del lavoro, dove assistiamo ad una forte concentrazione delle donne migranti ed immigrate nel settore dei servizi, dei lavori di cura ed assistenza. Si tratta di una presenza in continuo aumento, dovuta alla crescente domanda di care workers private da parte della popolazione europea, sempre più vecchia e mal supportata dai rispettivi governi, spesso sordi alle esigenze delle famiglie.

Anche le donne extra-comunitarie e comunitarie con un titolo di studio superiore incontrano difficoltà nella ricerca di un lavoro all’estero, generalmente a causa di una domanda che interessa settori a maggior concentrazione maschile (ingegneria, fisica, chimica ecc.).

L’accesso ai servizi come gli asili nido rappresenta una problematica per molte donne immigrate, soprattutto per coloro che provengono da paesi al di fuori dell’Ue. In Germania, ad esempio, il godimento dei servizi offerti dal welfare state nazionale è strettamente correlato alla partecipazione nel mercato del lavoro. Dagli anni Novanta la Germania, famosa all’indomani della Seconda Guerra Mondiale per accogliere gli immigrati (soprattutto turchi, italiani, greci ecc.) nelle proprie fabbriche, ha ridimensionato le proprie politiche di accoglienza, determinando un notevole cambiamento anche nella popolazione immigrata presente oggi nel paese. Generalmente si tratta di donne arrivate in Germania per ricongiungersi con le rispettive famiglie d’origine, cui lo Stato impone un accesso ristretto al mercato lavorativo tedesco per i primi due anni dall’arrivo. Una misura questa che mina fortemente l’indipendenza economica delle donne extra-comunitarie, e di conseguenza anche il pieno godimento dei servizi offerti dal welfare state tedesco. Il principio “occorre lavorare per avere diritti” è alla base del lungo cammino per ottenere la cittadinanza tedesca, un percorso che, sebbene ambientato nel contesto migratorio degli anni Sessanta, è ben descritto dal film tedesco Almanya di Yasemin Samdereli.

In questa pellicola, uscita nel 2011, la prospettiva di genere diventa parte integrante della narrazione, illustrando le “differenti diseguaglienze” vissute dalle donne e dagli uomini che decidono di emigrare nell’Ue.

Una Unione che agli occhi di molte e di molti appare ancora una “fortezza”, nonostante le politiche di inclusione e integrazione promosse dalla Commissione europea e dall’Europarlamento.

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