Valzer con Bashir. Sonata a Sabra e Shatila

Fonte www.comingsoon.it

Giugno 1982. L’esercito israeliano invade il Libano, iniziando l’assedio di Beirut e ottenendo l’accerchiamento di quindicimila combattenti dell’OLP. L’obiettivo d’Israele è impedire alle formazioni palestinesi di impiegare il territorio libanese come base per operazioni di guerriglia e, al contempo, ottenere la tutela di uno Stato vassallo che, nella parte meridionale del paese, è controllato dalle milizie cristiane del maggiore Sa’dHaddad, fondatore del SLA, il maronita Esercito del sud del Libano.

Sconfitte le forze siriache e palestinesi schierate alla frontiera, il contingente israeliano mira ai campi profughi di Sabra e Shatila in cui Yasser Arafat arruola reclute tra coloro che nel 1967 hanno lasciato la Palestina. L’annientamento dell’OLP, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, e la cattura dello stesso Arafat sono gli obiettivi d’Israele.

Nel tentativo di risolvere la crisi, gli Stati Uniti ricorrono a Philip Habib, diplomatico di origine araba già noto per i suoi interventi in Vietnam e Corea del Sud. Habib ottiene dal Primo Ministro israeliano l’assicurazione che l’esercito non sarebbe entrato a Beirut ovest e non avrebbe attaccato i Palestinesi nei campi profughi. L’accordo è firmato il 19 agosto; il diplomatico statunitense media l’assicurazione del futuro presidente del Libano Bashir Gemayel, eletto il 23 agosto dello stesso anno, e l’assenza di contingenti militari USA a garantire la tutela dell’accordo.

Alla vigilia dell’imbarco delle prime milizie dell’OLP, il 20 agosto è resa nota dagli Stati Uniti la quarta clausola dell’accordo. Sono previste, da parte delle forze del Libano e degli USA, adeguate condizioni di sicurezza ai palestinesi rimasti a Beirut. Yasser Arafat, preoccupato per la sorte dei profughi, chiede l’intervento di una forza multinazionale garante dell’ordine. L’accordo, mediato ancora una volta da Philip Habib, prevede l’intervento di ottocento soldati statunitensi, ottocento francesi e quattrocento italiani per garantire la sicurezza durante il ritiro delle forze dal Libano. Arafat abbandona Beirut con una parte delle milizie, circa quindicimila militanti.

Il primo settembre 1982, terminata l’evacuazione dell’OLP, le forze armate israeliane circondano i campi-profughi palestinesi di Sabra e Shatila, venendo meno all’accordo siglato in precedenza. Nessuna forza internazionale interviene. Il 3 settembre, quando Caspar Weinberger, segretario della difesa americana, lascia Beirut insieme ai marines, le milizie cristiano-falangiste, alleate d’Israele, prendono posizione ai margini dei campi profughi. La partenza delle forze americane implica l’immediato allontanamento delle forze francesi e italiane. L’undici settembre, il ministro della Difesa Ariel Sharon contesta la presenza di duecentomila soldati dell’OLP ancora presenti sul territorio libanese. I palestinesi negano.

Il quattordici settembre, dopo un fallito accordo di pace con Israele, Gemayel è ucciso in un attentato organizzato dai servizi segreti siriani. Le truppe israeliane invadono Beirut Ovest, violando l’accordo firmato il 19 agosto.

Le milizie cristiano-falangiste, in cerca di vendetta per l’assassinio di Bashir, il 16 settembre 1982 alle ore 18.00 entrano nei campi di Sabra e Shatila. Il giorno precedente l’esercito israeliano chiudeva ermeticamente i campi profughi. Il massacro dura tre giorni e provoca, secondo stime difficilmente verificabili, tremila vittime.

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Questo il quadro storico in cui prende vita Valzer con Bashir, documentario presentato al 61° Festival di Cannes e vincitore del Golden Globe 2009 come miglior film straniero. Ari Folman, regista israeliano, racconta da protagonista la sua vicenda.

Nel giugno 1982, a soli diciannove anni, Folman partecipa da soldato all’iniziativa in Libano e assiste al massacro degli arabi palestinesi nei campi profughi di Beirut. Tornato a casa, il regista è colpito da amnesia post-traumatica; dopo quattro anni d’analisi, avverte la necessità di ricostruire il periodo militare raggiungendo gli ex-compagni dell’esercito e raccogliendo le loro testimonianze. È l’apertura del film. L’incontro in un bar con uno di loro, Boaz, che confessa l’incubo ricorrente di essere inseguito, ogni notte, da 26 cani inferociti. L’uomo ricorda il numero con certezza perché, durante la presenza dell’esercito israeliano in Libano, il suo compito era eliminare i cani che, abbaiando, segnalavano la presenza dei soldati.

Davanti al racconto di un episodio della guerra, l’esigenza di appropriarsi di un passato assente si manifesta in tutta la sua urgenza. Grazie ad un esorcismo psicoanalitico, non a caso è proprio la voce di un analista a fare da controcampo a quella di Folman, inizia il salvifico viaggio alla ricerca dei ricordi dormienti che attraversano l’ambiguità della memoria. E tentare di ricostruirla ha un valore terapeutico. Folman stesso lo comprende e sottolinea come sia proprio il confronto con la memoria sopita a permettere, come ultimo faticoso risultato, di chiudere il cerchio con il passato.

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Una terapia individuale che è anche medicina collettiva. Mettere in luce le vicende libanesi non è occasione di catarsi solo per il protagonista o per chi, come lui, ha vissuto direttamente le notti di Beirut. Il ricordo è necessario perché suscita una catarsi collettiva. Tanto per i sommersi quanto per i salvati. Il film è calorosamente accolto anche da Israele che coglie l’occasione per parlare del suo passato doloroso, dei sensi di colpa rimossi o sedimentati nel subconscio, e per curarne le ferite aperte.

Valzer con Bashir colpisce grazie all’eccellenza dello stile. Il faccia a faccia con il passato è ricondotto ad una dimensione onirica che spinge se stessa fino ai limiti della narrazione psichedelica: tra i lampi dei razzi al fosforo che illuminano i desolanti scenari di guerra e accenni di musica pop, l’animazione è efficace nel dare forma ad incubi ricorrenti e ricordi angoscianti, come quello di un soldato in stato di trance che, nonostante il fuoco dei cecchini palestinesi, balla sotto i manifesti di Bashir un ultimo disperato valzer.

Il documentario è completamente animato, tranne una sola scena: gli ultimi quindici secondi riportano le immagini filmate nei due campi profughi palestinesi appena dopo il massacro. L’obiettivo è chiaro, evitare di catalogare il film come un semplice racconto di fantasia. Valzer con Bashir è molto più di questo: un urlo umanitario contro ogni tipo di guerra che prende le mosse da un preciso evento storico, il genocidio di migliaia di persone, soprattutto donne, bambini ed anziani, nei campi di Sabra e Shatila.

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