Se il lavoro uccide. Donne contro l’ILVA

Valentina D’Amico, giornalista e regista leccese, racconta, con dolorosa e lucida forza, l’ILVA, l’acciaieria che, insieme a Eni, Cementir e Sidercomit, occupa la mostruosa zona industriale tarantina. Vincitore della seconda edizione del viaEmiliadocfest, il documentario svela le nefandezze di quel centro siderurgico che vanta più di un primato nazionale ed europeo. La gorgone pugliese siede in cima ad almeno quattro classifiche. Acciaieria più grande d’Europa. Centro siderurgico più grande del mondo. Fabbrica italiana con maggior numero di dipendenti diretti. Soprattutto, primato nazionale dei morti sul lavoro. Dal 1961, anno di apertura dei cancelli, il numero è salito fino a 180. E, purtroppo, continua ad aumentare.

Data 1962. Accolta come simbolo dell’inarrestabile industrializzazione che, finalmente, accenna a invadere anche il Meridione, l’ILVA è assunta nell’immaginario comune come il segno del cambiamento. O, meglio, del miglioramento di vita. Negli anni del boom economico, della Cinquecento, della voce di Mike Buongiorno che, con Lascia o raddoppia?, entra nelle case italiane, il Meridione cerca di colmare il divario che lo separa dal nord del paese. E l’ITALSIDER, primo nome dell’acciaieria, sembra offrirne la possibilità. Lo stabilimento garantisce lavoro a più di settemila operai, produce un aumento del reddito da 175 mila lire a 600, quasi il livello nazionale. Nonostante l’acclamazione cittadina per il significativo aumento dei posti di lavoro, si assiste, a partire dagli anni Novanta, a un’inversione di tendenza.  Colpito dalla crisi dell’acciaio, il centro siderurgico inizia la riduzione dei dipendenti. Taranto è nuovamente stretta dal cappio della disoccupazione. Lo Stato, non riuscendo a garantire i fondi necessari, decide per la privatizzazione dell’acciaieria. Emilio Riva, imprenditore bresciano, vince l’appalto per circa 1400 miliardi di vecchie lire.

Il modus operandi di Riva si differenzia immediatamente da quello statale. Se, infatti, l’ITALSIDER riusciva a gestire una mediazione con le istanze sindacali, Riva, imponendo la linea direttiva dell’azienda, ne rifiuta esplicitamente il compromesso. L’obiettivo dell’imprenditore bresciano è quello di ottenere un’immediata riduzione dei posti di lavoro. E senza passare per le strade legislative previste. La Palazzina LAF, uno degli strumenti scelti per il livellamento, è il reparto punitivo dove confinare gli operai che rifiutano di lavorare con mansioni e qualifiche inferiori a quelle maturate. Sorvegliati a vista e in precarie condizioni, gli internati sono costretti a trascorrere turni interi di lavoro senza alcuna attività da compiere. Il progetto Riva è chiaro; fiaccare gli operai inducendoli al licenziamento ed evitando le reazioni sindacali.

Da qui, tramite un susseguirsi di voci e di volti, Valentina D’amico ricostruisce le tante storie umane sciolte nelle colate d’acciaio del centro siderurgico. E lo fa scegliendo la testimonianza di sei donne, “violentate nel corpo e nell’anima” per usare la sua stessa espressione; il loro racconto delle sedute nei tribunali, le manifestazioni di strada, le denunce apertamente rivolte alle cariche statali e regionali. Patrizia e Francesca, mogli di operai morti all’Ilva; Anna, costretta alla sedia a rotelle a causa dell’inquinamento da diossina, Margherita, ex dipendete sottoposta a intimidazioni, mobbizzata e, infine, licenziata; Vita, mamma di un giovane operaio morto schiacciato da una gru dello stabilimento; Caterina, madre di un bambino autistico. Al centro le loro parole; di sfondo, le ciminiere della fabbrica.

Con un montaggio che non può non far tornare in mente Sciopero di Ejzenštejn, il documentario ricostruisce la vicenda dell’industria, e la trasformazione ambientale di Taranto, anche attraverso le voci degli ex-dipendenti, che indossano simbolicamente una maschera bianca, e la voce di Antonino, morto nello stabilimento. La sua storia, raccontata dalla moglie Francesca nel testo La Svolta, fa da laccio all’intera vicenda;

ll giorno in cui misi piede per la prima volta come operaio nel cantiere Ilva di Taranto fui preso dallo sconforto, come mai mi era accaduto nella mia lunga esperienza lavorativa. Difficile arrivare alla fine di quella giornata. Trovare quel lavoro non era stato facile: dopo mesi di mobilità e decine di domande inoltrate a ditte del settore, un contratto a due mesi mi aveva dato respiro”.

“ […]è tanto che ci penso e poi voglio cambiare lavoro, non ce la faccio più, sono stanco, stanco, così stanco che all’improvviso ho voglia di dormire, mi si chiudono gli occhi, squilla il cellulare, dormo”.

L’entrata in fabbrica, la vita trascorsa tra le sue macchine e, infine, la morte.

Il documentario riesce nel tentativo di mettere in luce le vere sembianze dell’ILVA. Se inizialmente sinonimo di lavoro, l’acciaieria è mostrata come il burattinaio di un cinico sistema imprenditoriale che, anteponendo le ragioni del profitto alla vita umana, non garantisce le condizioni di sicurezza e di salute nei posti di lavoro, oltre che lo sviluppo sostenibile del territorio. Il centro siderurgico, il più inquinante d’Italia, emette nell’atmosfera sostanze, come diossina e Pcb, nocive sia per i lavoratori dello stabilimento che per la città tarantina e i comuni limitrofi. “Non c’è una famiglia tarantina che non abbia un malato di cancro” ricorda Valentina D’Amico, attaccando duramente l’azienda e la regione Puglia, che continua ad assumere un atteggiamento neutrale nei confronti del gruppo dirigente Riva.

Tante storie di dolore, di rabbia ma prima ancora di riscatto. Di una città che sta acquistando la forza di reagire contro la fabbrica, riprendendosi il territorio e il diritto al lavoro.

Nessun commento ancora

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Media

Ads

Eventi

Strumenti