“Senza il voto siamo anime morte”

senza il voto “non esistiamo. Né in società né in famiglia”. Questo afferma Olga, una delle donne che incontriamo nel romanzo “Il giudice delle donne”, che racconta di un movimento suffraggista che forse non sa neanche di essere la base su cui far nascere il successivo femminismo.

suffragette-movie-starring-carey-mulligan-and-meryl-streepIn questo numero dedicato al voto alle donne e alle donne in politica, non può mancare il riferimento a un evento storico che solo di recente è tornato alla ribalta, in un articolo apparso sul Corriere nel 2013 in occasione dell’uscita di Dieci Donne ad esempio, e soprattutto grazie al romanzo di Maria Rosa Cutrufelli Il giudice delle donne.

Il fatto cui si ispira la scrittrice è infatti realmente accaduto: siamo nel 1906, e dopo anni di proposte di estensione del suffragio anche alle donne (di fatto non escluso da alcuna legislazione) alcune donne decidono di iscriversi nelle liste elettorali delle proprie città. A incoraggiarle molte donne di spicco della società, numerose laureate, imprenditrici, e anche Maria Montessori dalle pagine de La Vita invita le donne a chiedere di essere iscritte alla propria lista elettorale. Negli stessi mesi viene presentata un’altra – l’ennesima – petizione pro suffragio femminile, da portare poi in Parlamento. In questo clima, molte donne riescono a iscriversi alle liste elettorali, ma in tutte le città in cui il progetto riesce (undici) i procuratori reali presentano ricorso, finendo in corte d’appello. Tutte escludono le donne. Tutte, tranne una: quella del giudice Lodovico Mortara di Ancona, che respinge il ricorso e permette alle dieci maestre marchigiane di restare nelle liste elettorali. Non andarono mai a votare: Giolitti riuscì a mantenere un governo stabile per tre anni, e la sentenza fu annullata dalla Cassazione solo dieci mesi dopo essere stata emessa.

Mortara, originario di Mantova e parte di una famiglia ebrea italiana, fu poi costretto al pensionamento dal Partito Fascista (cui aveva contestato la validità di alcuni decreti), e con lui furono cancellati anche i provvedimenti che abrogarono l’autorizzazione maritale (l’impossibilità di comparire in giudizio o amministrare i propri beni senza l’autorizzazione del marito).

In Il giudice delle donne Maria Rosa Cutrufelli rende omaggio a un giurista illuminato, ma lo utilizza anche come espediente per raccontare l’attività di un movimento – quello suffraggista femminile – poco raccontato, che getterà le basi per il successivo femminismo. Con la sua nota maestria (e con una tecnica già sapientemente utilizzata in La Donna che visse per un sogno, dove tratta degli ultimi mesi di Olympe de Gouges), l’autrice racconta la vicenda alternando voci di donne molto diverse tra loro, tra cui Alessandra, una maestra molto caparbia, sinceramente convinta dell’importanza del proprio ruolo educativo, e Teresa, bimba che ha smesso di parlare in seguito a un trauma (legato alla madre e che tratta di un altro argomento spinoso), e che ospita Alessandra in una delle stanze della casa.

Attorno a loro una serie di personaggi femminili, finalmente non più stereotipati, ma ben definiti e con una voce ben chiara, che dimostra come non si trattasse solo di una “x” sul nome di un candidato da eleggere. Il diritto di voto portava con sé dei doveri, e soprattutto una serie di diritti, significava legittimare la posizione e il peso della donna non solo nella famiglia ma nella società intera. Perché votare significava esistere, finalmente.

Un libro che, in tempo di elezioni segnate da scarse affluenze e da minoranze incattivite, è bene tenere sul comodino, per ricordarci che votare è un dovere ma anche un, anzi, molti diritti.

Il Libro: M.R.Cutrufelli, Il giudice delle donne, Frassinelli 2016.

di Greta Pieropan

 

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