Tunisia: Vecchie vittorie e nuove conquiste

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di Nadia Khiari, vignettista tunisina

Le donne tunisine hanno potuto votare per la prima volta nel 1957. A tutt’oggi, la Tunisia è considerata come una delle nazioni arabe più progressiste. Nonostante le critiche mosse all’allora presidente Bourghiba, con il Codice di Statuto Personale (CPS) le donne acquisivano di fatto il diritto di divorzio, di creare un propria azienda e di aprire un conto in banca senza il consenso del marito. L’età legale per contrarre il matrimonio veniva portata a 18 anni. Nel 1966, sulla carta, uomini e donne ricevevano gli stessi diritti a livello lavorativo. Nel 1973 veniva legalizzato l’aborto.

Nel corso degli anni, tuttavia, le conquiste raggiunte non sono sempre andate di pari passo con l’effettiva rappresentanza delle donne nelle sfere politiche, così come con l’effettiva partecipazione femminile al mercato del lavoro. Inoltre, così come per l’Egitto, alcune riforme “femministe” sono state imposte dallo stato per migliorare la sua immagine, ma non sono state veramente discusse e dibattute con l’opinione pubblica.

Nel saggio “The changing role of Arab women in Society” (in “Arab society in Revolt: the West’s Mediterranean challenge”), scritto da M.C. Paciello ed R. Pepicielli, si mette ben in evidenza lo stretto rapporto tra le politiche economiche della seconda metà del 900’ e il lavoro femminile. In particolare si sottolinea come la mancanza di politiche economiche che sapessero assorbire l’enorme percentuale di donne impiegate soprattutto nel settore tessile, ha poi causato una grande percentuale di disoccupazione con l’avvento della crisi globale. Questo è importante se si considera che tra le molteplici cause della rivoluzione del 2011 c’è proprio la situazione economica stagnante e il malcontento.

La cosiddetta “Rivoluzione dei gelsomini” del 2011, ha portato nuove sfide sul tavolo dei diritti delle donne, soprattutto per quel che riguarda la loro partecipazione alla vita politica della Tunisia. Loro che sono state parte integrante di quella stessa rivoluzione e che hanno partecipato con il loro attivismo, possono raccontarci di un mondo che cambia e che propone continue e nuove sfide.

La Costituzione del 2014 indica lo Stato come garante dell’equità tra uomo e donna, ma effettivamente nel governo Essid nominato nel 2015, le donne elette erano solo 8 su 42 deputati totali. D’altra parte, a livello parlamentare, con il 33,88% di presenza femminile, la Tunisia ha riportato la più alta rappresentanza femminile in Africa.

Un ulteriore passo avanti è stato fatto nel giugno 2016, quando il Parlamento ha approvato la legge sulla parità orizzontale e verticale nelle liste elettorali: le liste dovranno infatti presentare un numero uguale di candidati maschi e candidate femmine e i nomi dovranno essere alternati.

La Tunisia ci mostra che la Rivoluzione non è sempre segno di rappresentanza per le donne, ma che pone nuove strade su cui camminare e sulle quali spingersi per cambiare la situazione delle cose. Rappresentanza, possibilità di partecipazione ed inclusione anche nelle aree più isolate, meritocrazia e dibattito, sono gli ingredienti e gli obiettivi da metter in campo per una politica cosciente e seria, in Tunisia e non solo

di Maria Laura Romani

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