Yolanda Oreamuno: il racconto di una vita senza confini

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Yolanda Oreamuno

“Quando scriveva si firmava YO.” Erano le sue iniziali, ma rappresentavano anche una profonda consapevolezza della propria identità: Yolanda Oreamuno (1916-1956) fu una donna straordinaria, innamorata della vita e dell’arte, tenace sostenitrice di una libertà di espressione che le costò tante incomprensioni, attenta osservatrice della realtà e delle contraddizioni che caratterizzavano il periodo e i Paesi in cui visse: Costa Rica, Guatemala, Messico.

La sua breve esistenza fu segnata da indicibili sofferenze – il suicidio del primo marito, la separazione dal secondo compagno e l’allontanamento dal figlio Sergio, una malattia che gradualmente spense il suo vigore, portandola ad estraniarsi persino da se stessa -, che ella cercò di affrontare e trasformare attraverso una scrittura appassionata e fuori dagli schemi.

Le dimensioni del viaggio e dell’amicizia furono tra le cifre distintive del percorso umano e artistico di questa autrice così irrequieta e, al tempo stesso, tanto bisognosa di affetto e di aiuto. I luoghi visitati solo di passaggio, quelli scelti come patria d’adozione, gli amori spensierati e quelli disperati, le amiche che, tra confidenze e litigi, hanno condiviso nel tempo i suoi tormenti, gli incontri fugaci che hanno segnato momenti chiave della scoperta di sé, la continua e proficua comunicazione tra la sua scrittura, l’arte figurativa e la musica: questi e tanti altri tasselli compongono l’affascinante mosaico contenuto nell’ultimo libro di Chiara Macconi – “Nelle pieghe di un segreto. Yolanda Oreamuno, una storia” -, in uscita a settembre per Armando Editore.

L’autrice, attiva a livello internazionale come insegnante, giornalista, studiosa nel settore della ricerca educativa e curiosa indagatrice del rapporto fra creatività e amore nelle vite delle donne, si è avvicinata per caso a questa figura femminile così “imponente” e così inspiegabilmente dimenticata dai Paesi che l’accolsero, e ha saputo intessere intorno al suo mistero una trama avvincente, a metà strada tra la biografia e il romanzo. Lo stile narrativo del libro, infatti, coinvolge ed emoziona il lettore, proiettandolo nelle atmosfere calde e struggenti del Centro-America tra gli anni Venti e Cinquanta; i personaggi rivivono attraverso dialoghi profondi ed incalzanti, che rendono inevitabile un’identificazione empatica soprattutto con la protagonista; il tutto è arricchito da riferimenti storici, documenti fotografici, stralci di opere e di lettere, che contribuiscono a delineare il contesto e a far respirare la realtà della vicenda.

Ho rivolto alcune domande a Chiara Macconi per conoscere meglio il suo rapporto con Yolanda e ricostruire la genesi del suo racconto. La nostra conversazione ci ha portato ad approfondire soprattutto il tema del viaggio, occasione privilegiata di allontanamento spirituale e/o fisico dalle proprie radici, per riappropriarsi delle stesse alla fine del percorso, scoprendosi cambiati.

Com’è avvenuto il tuo incontro con Yolanda Oreamuno e perché hai deciso di raccontarne la storia?

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Chiara Macconi

È stato un incontro aereo: in viaggio verso il Costa Rica, mentre leggevo una guida del Paese, ho trovato una sua frase, tratta dal racconto ‘El espiritu de mi tierra‘, che ha catturato la mia attenzione. All’arrivo ho chiesto di lei e mi è stato detto che, per la fine del viaggio avrei saputo di più… Mi aspettavo di conoscerla, invece pochi fogli stampati da internet mi hanno raccontato che era morta dal 1956, era una scrittrice famosa ed era bellissima… Da allora l’ho cercata in tutti i modi attraverso le più strane coincidenze che la rete permette, sono tornata per indagare, per sapere di lei da chi l’aveva conosciuta, per leggerla, per capirla, situandola nel suo contesto.

Quale importanza ha avuto per questa donna la possibilità di viaggiare da sola rispetto alla mentalità chiusa e protettiva del suo Paese natìo?

Avendo lavorato in compagnie aeree, viaggiare era per Yolanda un gesto facile, quotidiano. Significava staccarsi da dove viveva, da quel pezzo di mondo che le stava stretto, fuggire alla ricerca del nuovo, di altro, di altri. Insoddisfazione, inquietudine, rischio ma anche sete di novità, curiosità del diverso, ricerca di mettere alla prova la propria vita. I suoi spostamenti non erano salti nel vuoto, c’era una corrente di esuli, in parte volontari, che si spostava nell’America di lingua spagnola: intellettuali, artisti, in gran parte maschi, ma dal Costa Rica partivano anche donne bellissime e geniali. Qualcuna è diventata famosa, altre hanno vissuto ai margini. Tutte hanno sperimentato la miseria, la solitudine e talvolta l’inganno ma anche la solidarietà e l’amicizia. La nostalgia le ha accompagnate così come il desiderio di riconoscimento. Tappa in Guatemala e poi Messico: due Paesi che hanno vissuto momenti forti di sviluppo all’inizio del 20° secolo. Viaggi interrotti da ritorni e ripartenze…fino alla stabilizzazione. Destini incerti ma governati da una grande vitalità.

Che ruolo hanno rivestito nel percorso umano e artistico di Yolanda le amicizie strette durante i soggiorni fuori dal Costa Rica?

Nel suo caso la comunità degli esuli, soprattutto, ha avuto un ruolo importante: tra loro si conoscevano bene, sapevano su chi potevano contare e di chi fidarsi, sapevano da chi stare lontani per evitare polemiche. Erano tutti alla ricerca di un loro piccolo posto, di un riconoscimento. Nel bisogno si aiutavano, c’era una specie di telefono senza fili che tesseva la narrazione nelle tappe dei caffè e dei bar dove si consumava l’attesa. Yolanda ha avuto vicina una connazionale, Eunice Odio, sorella ed amica nelle varie fasi e luoghi del loro percorso. Ha anche sperimentato varie, generose vicinanze nei momenti più difficili: quando si è ammalata gravemente, quando si spostava e ricominciava una nuova vita. E soprattutto, ma non l’ha mai saputo, alla sua morte, quando gli amici e gli ammiratori, in pochi, l’hanno accompagnata alla sua dimora finale.

Quale esempio può offrire Yolanda Oreamuno alle ragazze di oggi che si mettono in viaggio da sole, affrontando rischi e pregiudizi, per scoprire se stesse e realizzare i propri sogni?

La decisione di andare via può essere motivata da molte e diverse ragioni e mi sembra che questa sia la prima domanda da porsi per capire quale sia la vera motivazione, se sia fuggire da o invece andare per. Trovare la risposta a questa domanda ed esserne consapevoli è già un grande risultato. Il viaggio, per il solo fatto di iniziarlo, non garantisce: si può essere sempre in viaggio anche a casa propria. È la mentalità, la voglia di affrontare rischi e difficoltà, il piacere di provarsi, di aprire scenari e incontri e la determinazione a resistere. Da tutto questo, come dalla sperimentazione dei limiti propri e altrui, si esce arricchiti. Yolanda è stata sicuramente in fuga ma era ricca dentro, curiosa, i suoi occhi guardavano nel profondo per capire, la sua indignazione per le ingiustizie la spingeva ad agire e i suoi racconti messicani ci dicono di una capacità di osservazione, empatia con gli umili e ironia che la rendono speciale. Ha anche pagato duramente questa sua dimensione d’indipendenza e di libertà che ha fatto di lei una viaggiatrice e non una turista.

 

 

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