L’aborto sul palcoscenico

Wendla Spring Awakening Mama who bore mePochi temi sono difficili e sempre d’attualità come il tema dell’aborto. Diviso tra diritto alla vita e diritto alla scelta della donna, troppe volte trattato – soprattutto in campagna elettorale – da chi nemmeno ha un utero, coinvolge più o meno indirettamente tutti in un dibattito acceso.

Un tema difficile davanti al quale però il teatro non arretra, e che ha portato in scena già da molto tempo. Il primo e forse quello che fece più scandalo? Risveglio di primavera di Wedekind, la cui prima rappresentazione nel 1890 a Zurigo fu censurata, ma che conobbe poi un buon successo a Berlino nel 1906, prima di diventare molti anni dopo un musical di Broadway, Spring Awakening, dall’incredibile successo, i cui echi arrivarono in Italia anche grazie ai due interpreti storici Lea Michele e Jonathan Groff, protagonisti in Glee. La storia sfiora il tema, dato che i veri protagonisti della tragedia sono i sentimenti e la scoperta della sessualità da parte di adolescenti intrappolati in un paesino di benpensanti in cui amare liberamente ed essere bocciati a scuola portano a morte certa, sociale in primis e reale per due dei personaggi principali, tra cui la giovane Wendla, morta a causa delle pratiche abortive utilizzate dalla madre per nascondere la gravidanza della figlia.

Senza perderci nella storia del teatro, veniamo direttamente agli anni 2000, e citiamo tre titoli in scena a Roma, che colpirono molti per contenuti e scelta di come trattare il tema.

È del 2009 L’aborto di Maria Maddalena, di Mario Moretti, andato in scena al Teatro dell’Orologio nel mese di maggio, con Sara Platania e la partecipazione della voce di Vittorio Stagni. Uno spettacolo insolito, perché a dispetto del tema principale viene definito una commedia: la protagonista, Maddly, decide di interrompere una gravidanza non voluta a causa della precarietà della sua vita e di una carriera universitaria ormai fuori corso; fuori dai giochi la voce maschile, dato che la gravidanza non è da Maddly attribuibile a qualcuno in particolare, il dialogo si instaura tra la protagonista e la sua gravidanza stessa, con una “voce da dentro” che ragiona e polemizza con Maddly le sue stesse scelte. Un dialogo dell’assurdo in cui il finale però lascia libero lo spettatore di immaginare la decisione, senza prendere una posizione certa.

Molto più drammatico La Collezione, spettacolo nato da un’idea di Eleonora Gusmano e Ania Rizzi Bogdan e scritto da Ilaria Ceci, andato in scena nel 2015 al Festival I corti dell’Angelo e poi al Teatro In scatola di Roma. Qui la protagonista è una prostituta, Vera, che la notte prima di un aborto resta intrappolata nei suoi incubi, e si rende conto di essere una bambola, facente parte di volta in volta della collezione di una maitresse, di un cliente, di una società che fa del corpo femminile una merce da tratta clandestina.

Ma lo spettacolo che ha colpito di più la critica è ancora del 2009, e – forse sorprendentemente? – vede protagonista un uomo anche in scena: si tratta dello spettacolo di Saverio La Ruina, Laborto, in cui egli stesso interpreta una ragazza che dopo un matrimonio precoce e imposto e una serie di figli decide che, ormai alla settima gravidanza, è il momento di dire basta, e con la gravidanza interrompere anche la sua condizione di donna oggetto, il cui corpo è passato di proprietà da un uomo (il padre) a un altro (il marito imposto). Nella dolce mimica dell’attore, il monologo scorre come una presa di coscienza e allo stesso tempo uno scatto di ribellione, verso una società fortemente maschilista che la vorrebbe solo macchina da riproduzione. Verrebbe da chiedersi se sia effettivamente attuale un’ambientazione mediterranea e così estrema, e se non siano altri i contesti e i tagli da dare a un tema come questo, ma resta interessante come il centro dell’azione sia una presa di coscienza del proprio corpo, che è universale, al di fuori dell’ambientazione del dramma. Ma ancora più intensa questa presa di coscienza se si considera che viene da un uomo che interpreta una donna.

Keely and du J.MartinIn un tema che coinvolge anche quelli di etica, vita e morte, non può mancare lo scontro con la religione, affrontato dalla drammaturga americana Jane Martin, che in Keely and Du (arrivato in Italia nel 2008 con la regia di Beppe Rosso) racconta di una giovane donna, Keely, che vorrebbe interrompere una gravidanza iniziata da una violenza inflittale dal marito, e dell’infermiera Du, che la tiene legata al letto di un ospedale in cui i religiosi continuano un violento lavaggio del cervello per farla desistere dal proposito. Un testo forte, vincitore del Premio Opera Prima dell’American Theatre Critics Association e finalista al Pulitzer, che punta il dito contro l’ambigua società americana e il fanatismo religioso, facendo comunque vincere la spinta ribelle della protagonista.

di Greta Pieropan

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