Maternità a teatro

La maternità surrogata occupa tanto spazio sui giornali, di questi tempi. Ma ne occupa certamente meno sui nostri palcoscenici. Perché dovrebbe, in realtà? Quali spettacoli ci hanno già provato? Quali grandi questioni porrebbe un eventuale spettacolo? A questo abbiamo cercato di rispondere. Con cortese preghiera alle donne del teatro.

Incontro_Maternità_TEatro Eliseo“Il mio personaggio è uno del pubblico, uno che vuole sapere…ed è normale perché hanno fatto una tale confusione!” così parla, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Pamela Villoresi, ed è così che ho scelto di parlarvi di questo spettacolo/reading per il tema del mese di Uno Sguardo al Femminile: la maternità surrogata.

Lo spettacolo cui si riferisce la Villoresi è andato in scena al Teatro Eliseo di Roma lo scorso 10 febbraio, e si intitola La maternità è altrove, e ha visto in scena nomi noti dello spettacolo italiano come Gabriella Pession, Stefania Rocca, Serena Rossi, Paola Turci, Pamela Villoresi e Massimo Poggio, che hanno accettato l’invito del blog femminile del noto quotidiano a mettere in scena un tema così attuale da tutti i punti di vista. La drammaturgia, di Emilia Costantini, giornalista e già autrice teatrale (suo il testo Intervista immaginaria a Oriana Fallaci: donna-contro presentato a Spoleto nel 2011), affronta la questione della fecondazione eterologa e della maternità surrogata (due faccende distinte ma ugualmente controverse) da tutti i punti di vista in gioco, non proponendo una soluzione, ma una chiara panoramica: c’è la madre surrogata, la donatrice di ovuli, la donna che ha chiesto aiuto per avere un figlio, il padre divorziato, la figlia che raggiunta la maggiore età scopre come è venuta al mondo e, appunto, il pubblico, che vuole capire di più dalla storia, e dalla legge.

Spesso la maternità, in varie forme, è stata portata a teatro, ma difficilmente si è parlato così esplicitamente di maternità surrogata, anche perché è un problema – relativamente – recente. Anzi, una questione recente, che pone il riflettore su tante domande difficili, cui forse proprio l’arte, con il suo sguardo acuto può, se non rispondere, almeno illuminare un poco.

Intanto, fino a che punto può spingersi la scienza? Siamo davvero davanti a un Faust senza una scadenza, assetato di conoscenza, ma anche di immortalità? E il desiderio di essere genitori? Come si bilancia il diritto alla genitorialità con i doveri che essa comporta, in primis il benessere di un bimbo? Come si cammina sul filo dell’amore, senza cadere nell’egoismo? Tutte domande enormi, certo. Ma in teatro le vogliamo in scena, non sarebbe la prima volta che il teatro squarcia un cielo di carta per farci vedere quello che nasconde.

Ma quello che ci insegna il teatro è anche l’attenzione alle parole: dobbiamo parlare di maternità surrogata o di gravidanza?

E il corpo delle donne? L’ennesimo esempio di un utilizzo senza rispetto? O una libera scelta? E fin dove è libera in un Paese ricco e fino a dove è sfruttamento in un Paese povero?

Ammetto la mia sconfitta, signori del pubblico. E alle signore del teatro chiediamo un po’ di riflessione anche su questo tema, perché non si può tradire la promessa dell’attore: se abbiam fallito, vi prometto questo, che per fuggir le lingue di serpente, faremo assai di più, prossimamente.

Favorevoli o contrarie, solo di una cosa le donne si devono assicurare: che su una questione tanto delicata che le coinvolge – nella salute, nella psiche e nella società – direttamente e quasi unicamente, non cali il sipario tanto presto.

di Greta Pieropan

 

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