Teatro e terrorismi

teatro e terrorismoQuando in redazione si è deciso che il numero di dicembre si sarebbe occupato anche di terrorismo, è stato chiaro che avremmo dovuto affrontare l’argomento anche in ambito teatrale.

E sorprendentemente il legame è stretto, ma non in scena: uno degli attentati più impressionanti del nuovo millennio avvenne proprio in un teatro, il Dubrovka, nel 2002, occasione durante la quale si mise in luce l’azione della giornalista Anna Politovskaja, tra l’altro. A meno di 15 anni di distanza, un altro teatro, o sala da concerti se volete essere precisi, un altro tipo di terrorismo, ma stessa forza drammatica.

Ma come reagisce il teatro al terrorismo? Come lo rappresenta?

Sono pochissimi i testi che affrontano di petto il problema. Molti lavori sono stati scritti su guerre (una pioggia di testi, quest’anno, centenario della Guerra Mondiale, ad esempio) e contro ogni tipo di violenze (quella sulle donne, ad esempio), ma pochi sono quelli che mettono in scena i terrorismi (o forse li mettono in scena, ma con un nome diverso?).

Uno di quelli che più ha ottenuto consensi, anche di critica, e che sorprende per la sua lucida anticipazione della realtà, è quello di Jeton Neziraj, che porta proprio sulla scena due personaggi che si dichiarano terroristi di professione. Jeton Neziraj, che probabilmente avete incrociato recentemente a Intercity Festival o nel documentario di Anna Maria Monteverdi “Il nuovo teatro in Kosovo”, in cui viene definito «La coraggiosa voce politica (spesso censurata) nel teatro del nuovo Kosovo», è stato direttore del Teatro Nazionale del Kosovo nel 2008 (anno dell’indipendenza) per poi essere destituito tre anni dopo. Ma già dal 2002 aveva fondato la compagnia Qendra Multimedia, che vede recitare insieme attori serbi e albanesi, per la quale ha scritto più di quindici opere, tradotte in molte lingue, ma ancora poco rappresentate in Italia.

Il testo cui facciamo riferimento, non è il recente Guerra ai tempi dell’amore visto a ottobre a Intercity Festival, ma The demolition of the Eiffel Tower (La demolizione della Tour Eiffel), del novembre 2013, che racconta la storia di un europeo rapito da terroristi islamici perché attivamente contrario al burqa, parallelamente alla storia di un soldato dell’Impero Ottomano che invece i burqa li aveva dovuti distribuire nelle terre conquistate, in una strana tragicommedia, che nell’inaspettato ingresso delle due creature del terrore spaventa sempre realmente il pubblico in sala.

demolition-213x300.teatro-nezirajTra scene divertenti al limite della parodia e racconti forti di violenze, il testo nasce attorno alla polemica nata in Francia tempo fa sulla legalità del burqa in pubblico e sul suo significato in un occidente che combatte ancora per i diritti delle donne, ma non solo, anche per una questione di sicurezza. Fu quello, secondo Neziraj, il primo affacciarsi di uno scontro tra culture divise da stereotipi e incomprensioni.

La sua però è una tragicommedia, la realtà è grave: lo spargimento di sangue solo immaginato nel testo, sta diventando peggiore di quanto immaginassimo. E questo, secondo Neziraj, è dovuto a una scarsa conoscenza della realtà stessa, secondo quanto scritto, dopo l’attacco a Parigi di gennaio alla redazione di Charlie Hebdo, dal regista su TeatroeCritica.net: “Credo che l’unico ruolo che fin dai tragici greci era stato assegnato al teatro fosse di proiettare sul palco la tragedia degli esseri umani, il dolore e la sofferenza, in modo da “insegnare” alla società a non fare lo stesso nella realtà. «Guardate che cosa accade sul palco, questo dolore, questa catastrofe, e capite che questo non dovrebbe accadere nella vita reale»”.

E forse, proprio dal teatro potrebbe venire la soluzione: “L’estremismo religioso funziona come il nazionalismo. Sono entrambi nutriti da certe ideologie che finiscono per portare profitto ad alcuni leader che si arricchiscono, mentre altre persone vengono manipolate e affondano ancora di più…Per quanto mi riguarda, il migliore strumento per prevenire il fondamentalismo religioso e l’estremismo è quello di investire nel dialogo interculturale”.

Forse allora non serve metterli in scena, i terroristi, e dare loro la dignità di un nome (Ariane Mnouchkine, in una contestatissima messa in scena, anche se molto ben riuscita, trasformò un estremista islamico nell’ambiguo e terribile Tartuffe di Molière. Non c’era bisogno di capire chi fosse il cattivo, bastava vedere la sua influenza sull’Orgone ex felice cittadino mediorientale); forse la migliore risposta del teatro alla violenza è continuare a fare teatro e ad andare a teatro. Perché anche quello più scomodo, anche quello più leggero, anche quello più innocuo, fa la cosa più potente di tutte: crea una collettività, e una cultura basata sulla capacità critica di distinguere bene e male. Che è la cosa che più terrorizza chi vuole costruire un regno di irrazionale terrore.

di Greta Pieropan

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