Il fragile destino delle avanguardie: il caso Amy Winehouse

Il fatto che il biopic su Amy Winehouse sia rimasto più giorni al cinema rispetto a quelli previsti inizialmente la dice lunga sul fenomeno che ruota attorno alla figura della controversa cantante. E l’esistenza di un online store a lei interamente dedicato, nato dopo la sua morte, può esserne una prova.

La visione del documentario di Asif Kapadia non è stata assolutamente facile e non è possibile uscire dalla sala “a cuor leggero” (moltissimi gli occhi lucidi e i fazzoletti avvistati all’uscita dei cinema, ma non ci stupiamo più di tanto: il vuoto lasciato da Amy è davvero grande), ma merita di essere visto per riuscire a capire un po’ di più la situazione vissuta dall’artista e gli avvenimenti che l’hanno portata ad abbandonare questo mondo decisamente troppo presto, pur entrando nella leggenda.

La famiglia della cantante si dissocia dal documentario e ne prende, chiaramente, le distanze. La madre della Winehouse ha dichiarato che la pellicola “è fuorviante e contiene delle bugie: le testimonianze sono state raccolte a partire da un campione molto ristretto di conoscenti e amici di Amy, molti dei quali non hanno nemmeno preso parte agli ultimi anni della sua vita”, mentre il padre, come ci si poteva aspettare, ha dichiarato: “La prima volta che l’ho visto sono stato male. Amy stessa sarebbe andata su tutte le furie: non lo avrebbe mai voluto”.

Nel corso della pellicola Amy è descritta come “una diciannovenne con la voce di una cantante jazz di sessant’anni” e non si può non ammettere che sia stata decisamente la precorritrice della nuova generazione del cosiddetto soul bianco che tanto riesce a emozionare. Le sue canzoni poi riescono ad arrivare dritte dritte a destinazione anche grazie al fatto che Amy ha sempre cantato quello che aveva vissuto sulla sua pelle e, pur usando metafore o varie figure retoriche, si è sempre espressa in maniera talmente coinvolgente da non poter lasciare imperterriti nemmeno i suoi detrattori più accaniti.

Possiamo affermare quindi che sia stata una donna che, in musica, ha decisamente aperto una strada negli ultimi anni non poi così battuta, facilitando il ritorno in vetta delle classifiche di artiste come Adele e Duffy, solo per fare due nomi. Curioso il fatto che il titolo dell’album che l’ha consacrata alla fama mondiale sia Back To Black, proprio quando buona parte della sua vita Amy l’ha spesa cercando di proteggersi dalle luci della ribalta che la reclamavano sempre di più: nonostante la sua indole schiva il successo e la sua dipendenza da relazioni “pericolose” l’hanno trascinata in uno degli abissi più oscuri che possano esistere, in una spirale di dipendenze sempre più nocive.

Una donna che ha decisamente abbattuto molte barriere: basti pensare che Love Is A Losing Game, considerata una delle sue canzoni migliori, non solo ha vinto il premio Ivor Novello nel 2008 come miglior canzone, ma è stata sottoposta come testo d’esame a Cambridge, insieme a poemi di Sir Walter Raleigh.Tiene testa poi anche ad artiste del calibro di Lauryn Hill, Alicia Keys, Norah Jones e Beyoncé: quando nel 2008 vince cinque Grammy Award e si allinea così alle altre quattro colleghe che abbiano ottenuto un numero così elevato di riconoscimenti in un solo anno.

Nel film però si viene a conoscenza non solo della grande artista che ha scalato le vette delle classifiche e si è inimicata i favori dell’opinione pubblica con i suoi comportamenti sconsiderati o fuori dalle righe, ma anche della ragazza innamorata profondamente di un padre che appare interessato solo al denaro; della donna che difende a tutti i costi l’uomo della sua vita che però le ha rovinato l’esistenza in molti più modi di quanti ci si potesse immaginare e dell’artista che si emoziona profondamente a cantare con uno dei suoi miti, quel Tony Bennett che a fine film appare devastato dalla dipartita di una delle artiste che ha maggiormente apprezzato e ammirato negli ultimi anni.

Si sa, le apripista sono sempre dei veri e propri personaggi e le loro vite non sempre sono proprio degli esempi da seguire in tutto e per tutto, ma la figura di Amy Winehouse è talmente poliforme da meritare ben più del tempo di un documentario o dell’ascolto di uno o due album.

di Chiara Colasanti

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