«La fotografia è luce»

Intervista a Shobha Battaglia

Incontriamo Shobha Battaglia nella casa di Palermo. Anche se dalla terrazza non sembra di essere in città. Quassù – tra le piante che profumano di estate, i ciondoli che pendono dal soffitto e che, con i loro passi, segnano il ritmo del respiro – i rumori quotidiani si annullano in uno spazio ecumenico di sereno equilibrio. Una tartaruga trascina il suo guscio vicino ai nostri piedi nudi o si nasconde tra quelle piante alte una spanna in più di noi. Ci ritroviamo sedute davanti a una donna che ci  trasporta in India e per le strade della Sicilia, gli occhi che capiscono ogni cosa e una folta chioma di capelli di sole. Shobha è una donna bella e vitale.

Ci perdiamo in una lunga e piacevole conversazione che sembra fermare il tempo.

Inizi a fotografare gli anni della guerra di mafia per poi passare a fotografare le donne. Allora, nel movimento che va dalla trattazione della mafia alla narrazione delle figure femminili, si può rintracciare un passaggio?

Parliamo di mafia. È stato tanto tempo fa. Nasco come fotografa in un giornale quotidiano, L’Ora. È il 1981, sono gli anni della guerra di mafia. Arrivo a Palermo, dove avevo vissuto solo da bambina. Avevo vissuto lontano: India, America. Tornata, volevo conoscere questa terra. E l’unico modo era accettare quello che c’era. Quindi, la mafia l’ho subita. Ma dovevo conoscere le mie radici. Chi ero? Venivo da qui, mia madre ci viveva. L’unico modo era mettermi la macchina fotografica davanti. E proteggermi anche da tutta questa violenza.

Non sono mai stata attratta dal fotografare i morti ammazzati. Tutti i morti che avete visto nelle mie foto, li ho subiti. Le donne erano il mio progetto. Vedere il mondo attraverso le donne: era una scelta forte per me. Il mondo era più dolce, più delicato e più terreno. Meno potere e molto amore. La donna siciliana che avevo lasciato era la donna che ancora subiva il delitto d’onore. Nel 1981 trovo un risveglio di donne. Era stupendo per me. C’era un movimento di donne a nero: le vedove, le mogli, le donne del digiuno che si ribellavano. Un movimento meraviglioso. Questo è stato il mio lavoro: andare dentro e capire perché erano pentite, perché erano mafiose. Capire il mio territorio. Per raccontare la Sicilia, prima la dovevo vivere. Questo è stato il passaggio: volevo vedere la Sicilia attraverso i loro occhi, capire dove eravamo.

Dopo, ho iniziato a lavorare come reporter per molti giornali del mondo. A raccontare altro. Ho vissuto a Cuba per quattro anni. Ho raccontato storie americane. Il cambiamento è avvenuto naturalmente. Io sono cambiata, i miei occhi lo sono. Volevo raccontare la bellezza, la dignità delle persone. Non guerre, cose brutte. Come se l’essere umano fosse risucchiato dal dolore perché convinto che la proiezione della bellezza possa solo essere effimera. Ma la bellezza è l’estasi. È libertà, lealtà, è etica. Ho voglia di raccontare questo perché è quello che mi interessa. E una fotografa non vuole fare altro da ciò che le interessa.

Ultimamente, invece, sto lavorando molto sulla natura. Donne nella natura. Fotografie che mi curano. Anche se non si tratta della mia fotografia ma riuscire a cogliere quelle cose che, forse, non sono del mondo creato dall’uomo. Cogliere il momento in cui c’è un passaggio dal banale al mistero. E la fotografia si deve mettere davanti, è come una meditazione. Sei qui e ora.

Cos’è la fotografia per te?

La fotografia è dare dignità a storie che nessuno conosce. È un cogliere. La militanza è usare la fotografia per raccontare il mondo come poesia. Negli anni ho capito che è il più grande dono della mia vita. Il fotografo è un essere umano che attraverso un mezzo racconta se stesso. Attraverso la fotografia ti avvicini alle cose, alle persone, e apri porte su porte. La fotografia è un aprire porte.

Lavoro solo in bianco e nero. Non mi interessa più utilizzare il colore. È un altro passaggio meraviglioso, come se fosse solo luce e ombra. Non c’è colore nel sentimento. La fotografia è solo luce. O buio. È sempre più essenziale. È importante il punctum. Io fotografo cercando il punctum.

E le donne?

Io onoro la donna. Per me la donna è il legame tra terra e cielo. Il potenziale, la forza. Sulla terra, fa i figli. Mi piace celebrare e condividere con le altre donne. Il fatto di fotografarle, mostrarle. Poi farà piacere vedere e leggere sui giornali le loro storie. È qualcosa che si dona agli altri: io esisto solo quando faccio parte di un tutto. Non nell’io separato.

Nel 2007 fondi Mother India School

Una sfida che ho fatto con me stessa. Sono tornata in India, dove ero stata da giovane. Mother India School è un’associazione culturale: facciamo progetti sulle donne. Lavoriamo con le donne indiane. Facciamo molte cose: incontriamo donne della letteratura e dell’arte. Dal Bangladesh all’Asia, allo Sri-Lanka. Siamo donne che raccontano le donne. Sono subentrati anche uomini, ma accettiamo solo il loro lato femminile, poetico e creativo. Stiamo crescendo, anche se non è facile. Il mio sogno è arrivare a essere un gruppo di donne antropologhe, studiose. Non solo fotografe. Ognuna ha il suo modo di raccontare. E si incontrano persone straordinarie. Incontrarle ti sveglia, ti da una scossa. Ti aprono il cuore.

Com’è stato vivere e lavorare a Cuba?

Sono arrivata a Cuba in un momento difficile. Anche solo poter entrare era complicato. Ma ho avuto la fortuna di incontrare una giornalista del Manifesto, una corrispondente che poi è diventata una delle mie migliori amiche. Mi ha insegnato tutto. Le donne sono state il mio lavoro. Ho conosciuto donne con una potenzialità enorme. Diverse dalle nostre. Tuttavia, era difficile pubblicare. Negli anni, nessuno voleva l’altra Cuba. Solo Il Manifesto lo faceva. Di Cuba, ho pubblicato un libro, un lavoro su Assata Shakur, leader delle Black Panters evasa dalle carceri di massima sicurezza americane.

Hai sempre viaggiato moltissimo, dalle grandi capitali mondiali ai piccoli villaggi sperduti, passando per l’entroterra siciliano.

Questa terra la conosco passo dopo passo, muretto dopo muretto. Ma l’uomo moderno che la abita fa rumore e non sempre tutto quello che produce è interessante. Nei paesini dell’entroterra, non essendoci tanto rumore ed essendo tutto incontaminato, c’è una parte di silenzio che è molto importante. Qui a Palermo abbiamo perso questo silenzio, invece in India c’è ancora. Nelle grandi città indiane c’è il caos, ma c’è anche il silenzio: si crea un equilibrio senza il quale si andrebbe in depressione, ci si ammalerebbe. La malattia dipende proprio dal non saper bilanciare questi due spazi. Noi stiamo riempiendo tutto fino all’obesità, mentre in questi paesi dell’entroterra siciliano c’è ancora la pietra che ha una sua forza, c’è il bianco delle strade, l’odore degli animali, della terra. Tutto questo è parte di noi, della nostra memoria. Invece, il caos delle città è rumore, è plastica e non ha valore.

Quando hai deciso di occuparti del problema delle donne vittime di violenza da vetriolo? Come ci sei arrivata e quanto è stato difficile per te affrontare questo tema?

Ero seduta nella mia bellissima scuola in India, lì entra gente di tutti i tipi. Mi è venuta a trovare una collezionista inglese, voleva comprare una mia foto. Era una giovane chirurga, molto bella e vitale. Mentre sceglieva la foto, mi raccontava di alcune missioni alle quali si dedicava con alcune colleghe. In quel periodo stava per compiere un viaggio nello Sri-Lanka, andava a fare volontariato, ma la prossima tappa sarebbe stata l’India. Mi ha raccontato delle tantissime donne dal volto bruciato dall’acido; le avevo incontrate anch’io in India, le avevo fotografate, ma non c’era un progetto dietro. C’era solo il male.

Il progetto del gruppo di chirurghe era operare le donne indiane vittime di violenza da vetriolo. Mi avevano chiesto di unirmi e non avevo esitato nemmeno un secondo.

Ci siamo ritrovate in Bangladesh, a Dhaka abbiamo preso un aereo, io non conoscevo nessuna delle donne con cui stavo per intraprendere quel viaggio, avevo solo la mia telecamera e la macchina fotografica, non sapevo neanche dove mi avrebbero portata. Abbiamo fatto un volo lunghissimo, ci siamo conosciute tutte. Non si alloggiava in albergo, non si dormiva e si operava tutto il giorno fino all’una, alle due di notte.

Sono andata con loro in questa nave ospedale, lì ho visto gente morire. Nel video non ho messo tutto il peggio: è stata un’esperienza forte, molto forte. Anche il montaggio fatto dopo: rivedere tutto e rivivere quei momenti è stato difficile.

La notte vedevo passare queste donne bruciate che arrivavano a piedi, sembravano pellegrine. Durante la mia permanenza lì nel Bangladesh ho conosciuto una donna meravigliosa: si occupa di fundraising e trova i soldi per le navi ospedale. Ha adottato circa quaranta villaggi e li ha resi ecosostenibili, ha lavorato con gruppi di giovani volontari, ha vissuto o visitato le isole dove non c’era niente, dove non esistevano scuole e ancora si cucinava con la legna. Questa donna ha fatto costruire scuole e ha portato l’educazione, soprattutto ha parlato agli uomini per cercare di fargli capire che le donne non devono essere bruciate e maltrattate. Mi è piaciuto molto fare questo progetto: un’esperienza che non ho cercato ma che si è presentata. Da quando sono così decisa, le cose vengono, succedono: crei una forza tale che le cose si muovono velocemente, se le vuoi fare.

Come è avvenuto il passaggio dalla fotografia al video?

Una follia. I miei video sono lenti. Andando nei monasteri, o come ospite di persone i cui silenzi e gesti sono preziosi e belli. E perché non coglierli ancora di più anche con il video. Ho iniziato a lavorare con la telecamera. Mi piace. Faccio entrare tutto. Ed entra quello che realmente mi interessa. Lascio i suoni puri. La forma della purezza come ricerca dell’assoluto. La videocamera ti da il tempo dell’ascolto e della meditazione. Come la macchina fotografica, devi stare ad ascoltare, devi essere vuota. Devi accogliere. E ti accorgi che esci da te e accogli molto. Accogli gli altri, che diventano te stessa nel momento in cui li filtri.

Che rapporto hai con i tuoi studenti?

Siamo una famiglia, ci amiamo nel momento in cui iniziamo un percorso insieme. Io mi do veramente tanto. Non ci sono pause, mi piace che le persone possano essere libere di esprimersi, che è la cosa più bella. Mi piace curare anche l’aspetto legato alla scrittura: molti hanno paura, pudore di scrivere, nei miei workshop inserisco anche dei piccoli corsi di scrittura. È come quando impari delle tecniche con il piano, non sei musicista nel momento in cui impari a suonare Mozart, ma quando lo sai esprimere. Bisogna dare la possibilità all’altro di essere più libero, aprirgli una porta.

 

di Marta Facchini e Epifania Lo Presti

Nessun commento ancora

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *