Donne e università in Cina

Moglie, sorella, madre. La figura della donna in Cina è stata per secoli adombrata da una presenza maschile che, incombendo al suo fianco, ne ha limitato il ruolo nella società. E’ stato così almeno da quando il Confucianesimo è diventato ‘religione di Stato’, sotto la dinastia Han (206 a.C.- 220 d.C.). Tuttavia, sebbene il ritratto dominante sia quello di una donna succube e oppressa, il mondo femminile cinese si è allo stesso tempo distinto grazie ad alcune eccezioni. Donne di potere che si sono affermate in svariati settori, dalle guerriere Mu Lan e Liang Hongyu, alle scrittrici e studiose Ban Zhao, Xie Daoyu, Li Qingzhao e Ding Ling. Ciò che le accomuna è l’aver sfidato il sistema vigente imposto dalla società patriarcale tradizionale, rimasta in piedi fino alla metà del Ventesimo secolo, quando per far fronte all’imperialismo Occidentale la classe dirigente socialista decise di aggregare tutte le forze del Paese. Anche quelle ‘rosa’. Ragione per la quale in Cina le donne hanno maggiori possibilità rispetto che in altri paesi asiatici, come Taiwan, Corea del Sud o addirittura Giappone, posto dall’Economist in coda alla lista quanto ad apertura.

In passato in Cina insegnare era sempre stata una prerogativa maschile, ricollegata alla figura del maestro per eccellenza Confucio, ideatore di quel sistema gerarchico che ha relegato la donna dietro le mura di casa. Soltanto all’inizio del 1900 gli istituti hanno aperto le loro porte ad educatrici femmine. Un processo velocizzatosi dopo il 1949 con il coinvolgimento del gentil sesso nel processo di ricostruzione nazionale lanciato da Mao Zedong. Una ricostruzione socialista, così come eminentemente socialista è la vittoria raggiunta nel percorso di emancipazione con la nascita della Nuova Cina.

Di pari passo con l’avanzata di quote rose negli atenei cinesi, le donne si sono ritrovate invischiate in una rete di sfide sociali, esacerbate dal processo di internazionalizzazione e di rapido, ma ineguale, sviluppo economico che ha portato la Cina in prima linea nello scacchiere globale. A partire dal 1999 il settore educativo del Regno di Mezzo ha visto una crescita senza precedenti, sia in termini di iscrizioni, che di espansione di strutture universitarie. L’aumento del personale accademico si è tradotto inevitabilmente in una maggiore partecipazione femminile, ma allo stesso tempo nella richiesta di credenziali superiori e di una formazione migliore.

Come sottolinea Kathleen Weiler, studiosa ed educatrice femminista, in questo contesto le insegnanti donne non si sono limitate ad opere all’interno di un sistema, ma hanno cercato di “negoziare, combattere e dare un loro senso” alla professione.

Eppure il mondo universitario cinese continua a mantenere una struttura gerarchica che penalizza fortemente il ruolo femminile. Tanto più che gli stereotipi tradizionali -che assimilano la donna virtuosa a una brava moglie- continuano a godere di una certa popolarità anche tra i giovani. Quante desiderano proseguire una carriera accademica si trovano a dover conciliare la loro posizione professionale con il proprio ruolo all’interno della famiglia. D’altronde, la donna cinese si può avvalere di un aiuto in più grazie alla struttura capillare della famiglia allargata; una caratteristica che distingue la società tradizionale cinese, ma che tutt’oggi permette alle giovani coppie di godere di una maggiore libertà rispetto a quanto avviene in Occidente. Secondo una ricerca condotta su 40 paesi, soltanto in Turchia le donne che scelgono la carriera universitaria possono contare sul sostegno della famiglia estesa similarmente a quanto avviene in Cina.

Nonostante anche nell’ex Impero Celeste, come in altre parti del mondo, più donne che uomini accedano all’università, tuttavia scegliere la facoltà non è cosa facile. E’ opinione diffusa nel Regno di Mezzo che alcuni mestieri non siano sufficientemente femminili. La China Mining and Technology University, nella provincia del Jiangsu, offre un allettante corso per ingeneri minerari che assicura un impiego alla fine del percorso di laurea. Peccato che il programma sia aperto soltanto agli studenti maschi.

Il diritto del lavoro cinese suggerisce che il settore minerario non sia adatto alle donne, per questo chiediamo alle studentesse di astenersi dal fare domanda” spiega alla BBC Shu Jisen, professore del dipartimento. Le donne sono troppo deboli per portare l’attrezzatura da lavoro e in caso di pericolo non sono in grado di corre veloci quanto gli uomini. Per tutelare la sicurezza delle donne il Ministero dell’Istruzione cinese vieta alle ragazze di studiare alcune materie, dall’ingegneria dei tunnel a quella della navigazione, come stabilito da un’università di Dalian, città portuale del Nord-Est. Mesi di navigazione sono duri da sopportare per una donna, scandisce un funzionario addetto alle ammissioni universitarie.

Anche la Beijing’s People’s Police University sconsiglia l’ingresso alle ragazze, limitando le quote rosa al 10-15% del totale degli studenti. La maggior parte della gente in Cina si aspetta di trovare un poliziotto maschio, quindi è inutile permettere loro di accedere alla facoltà, dato che tanto una volta laureate non troverebbero lavoro. Si tratta di professioni che comporterebbero un dispendio di energie inutile; meglio utilizzarle per altro, chiosa Shu.

Per molti si tratta di discriminazione bella e buona. Così alcune attiviste hanno deciso di protestare contro le restrizioni, rasandosi la testa in occasione di alcune manifestazioni andate in scena nel 2012 in varie parti del paese. “Se siamo in grado di sopportare le condizioni di lavoro ci deve venire permesso di farlo” spiega una studentessa.

Non è la prima volta che il mondo universitario ‘rosa’ insorge. Negli ultimi anni molti atenei per cercare di mantenere un equilibrio di genere all’interno dei corsi hanno abbassato il punteggio di ammissione per i maschi, lasciando fuori studentesse con votazioni più alte. Anche se in teoria, come scrive Xinhua, il Ministero dell’Istruzione (sulla carta) non permette un rapporto fisso tra i sessi per le iscrizioni universitarie, eccetto che per “le accademie militari e gli istituti per la difesa nazionale e la sicurezza pubblica”.

 

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