Donne, religione e società civile nella Nuova Cina

Un trentennio di arricchimento glorioso ha portato la Cina sul podio delle potenze mondiali lasciandola affetta da gravi distorsioni sociali e da un vuoto ideologico allarmante. Oggi questo vuoto induce qualcuno a guardare con rimpianto ai tempi controversi in cui il socialismo “puro” di Mao, basato sull’egualitarismo, aveva gettato le basi per la crescita economica firmata Deng Xiaoping, pur passando alla storia per la Grande carestia che ha falcidiato la popolazione, seguita a ruota dal periodo buio della Rivoluzione Culturale.

Allo stesso modo, in tempi di smarrimento morale, la religione potrebbe fare da stella polare, venendo parzialmente riabilitata dopo oltre cinquant’anni di laicismo ortodosso. Fatti fuori i “quattro vecchi” (vecchi pensieri, vecchia cultura, vecchie consuetudini e vecchie abitudini) la Nuova Cina, inaugurata dal Grande Timoniere, è stata costruita sui pilastri del razionalismo scientifico e di un progresso secolare che ha bollato i vecchi culti come “valori feudali”.

Il rigoroso ateismo del padre della patria ha continuato a godere di una certa fortuna sotto i suoi successori. E nonostante l’articolo 36 della Costituzione cinese tuteli la libertà di religione, negli ultimi anni l’ossessione dei leader cinesi per l’armonia sociale e la stabilità a tutti i costi si è tradotta in una stretta repressiva ai danni dei gruppi spirituali ritenuti potenzialmente destabilizzanti. Alla persecuzione della Falun Gong, che ha raggiunto la sua massima efferatezza durante la presidenza di Jiang Zemin (1993-2003), ha fatto seguito la paranoica repressione di Hu Jintao nell’annus horribilis 2011, quando una primavera mancata d’ispirazione araba agitò i sonni dell’establishment cinese.

Sotto il neopresidente Xi Jinping la condanna ai culti popolari e all’estremismo religioso si conferma ferrea, soprattutto alla luce di una serie di episodi violenti causati -secondo il Partito comunista cinese- da gruppi terroristi di matrice islamica che abitano l’estremo confine nord-occidentale del Paese. Eppure, il malcontento che cova nella pancia del paese -per via della corruzione dilagante e dell’abisso crescente che separa i ricchissimi dai poverissimi- sembra aver spinto il nuovo leader ad una parziale apertura. Sia benvenuta, dunque, la “benevolenza” e la “tolleranza” dei fedeli cinesi, che nella Repubblica popolare sono circa 100 milioni, di cui una buona metà musulmani e cristiani. ” I credenti dovrebbero essere autorizzati a praticare seriamente il culto che sostengono” e “formare un consenso comune sulla promozione della stabilità e armonia sociale” ha dichiarato alla fine di novembre Wang Zuoan, capo dell’Amministrazione Statale per gli Affari Religiosi.

D’altra parte lo stesso Hu Jintao aveva tentato di recuperare quanto scardinato dal Grande Timoniere, rispolverando la tradizione confuciana per fornire un riferimento ideologico al paese in rapida trasformazione. Cavallo di battaglia proprio la “società armoniosa”.

La religione declinata alla longevità del Partito, prevede una partecipazione maggiore da parte di quelle persone relegate nelle aree più periferiche della società e accusate, per via della loro fede, di “anticonformismo”, “ignoranza” e talvolta di “separatismo”.

Come scrive Maria Jaschok, esperta di storia cinese contemporanea e direttrice dell’International Gender Studies Centre presso la Oxford University, la crescente decentralizzazione dell’apparato statale, coniugata alla nascita di uno “spazio civile”, apre nuovi spiragli ai gruppi ritenuti un tempo “eversivi”. Così come la tensione politica porta incertezza e, allo stesso tempo, fornisce nuove opportunità per affermare le proprie aspirazioni grazie a un maggior coinvolgimento nella vita sociale. Nella vivace dialettica tra sfera spirituale e società civile si innesta l’aumento del numero delle praticanti e dei leader religiosi donna.

L'”altra metà del Cielo“, come chiamava Mao il gentil sesso, è stata la prima a beneficiare della Rivoluzione comunista. Mentre il Grande Timoniere diceva basta al feudalesimo e alla religione ritenuta oppio dei popoli, la “liberazione femminile” recideva i lacci e lacciuoli dal principio cardine della cinesissima filosofia confuciana: il patriarcato. Proprio la definizione della donna socialista moderna è stato uno dei maggiori successi raggiunti dal neonato Partito comunista durante il suo processo di consolidamento. E, giusto di recente, un sondaggio riportato dal Global Times rivela che circa la metà degli intervistati considera positivamente la figura di Mao per aver reso la Cina una potenza nucleare e aver liberato le donne.

L’organizzazione All-China Women’s Federation (ACWF), che ha visto la luce nel marzo 1949 con il nome di All-China Democratic Women’s Foundation, nelle sue prime campagne aveva un preciso obiettivo: plasmare una donna cinese socialista, lavoratrice, politicamente impegnata e con una mentalità “scientifica”. Il lavoro dei ricercatori della ACWF è stato, per lungo periodo, interamente votato all’industrializzazione, militarizzazione e modernizzazione della nazione, operando nel solco della tradizione marxista.

Quando, negli anni ’80, politiche più liberali permisero la rinascita di un pensiero religioso, l’ampia partecipazione femminile venne letta da molti come sintomo di debolezza. Come se, aggrappandosi alla fede, la donna confermasse la propria fragilità e ingenuità, con buona pace di Mao.

Il legame perverso tra femminilità e religione ha ispirato un decano della letteratura d’oltre Muraglia: Lu Xun, unico intellettuale graziato dall’oscurantismo della Rivoluzione Culturale, nella novella New Year Sacrifice (1926) racconta la storia di Xianglin, una donna separata afflitta dalla povertà, ma anche dalla superstiziosità popolare che la porta a credere fino alla morte di vedere il proprio corpo tagliato a metà per essere spartito nell’oltretomba tra i due mariti. Il monito è chiaro: i culti tradizionali cinesi non fanno altro che portare alla distruzione le anime più semplici e già colpite dalle privazioni economiche.

Tutt’ora buona parte del dibattito continua a reggersi sull’interrogativo se la religione costituisca una forza oppressiva o piuttosto una forza liberatrice, che permette alle donne di ritagliarsi uno spazio nella cultura tradizionale caratterizzata da una forte predominanza maschile. Proprio lo stato di segregazione è diventata in alcuni casi la scintilla scatenante che ha spinto alcune comunità religiose “rosa” a forzare la mano per ottenere maggiori riconoscimenti. E’ questo il caso delle moschee femminili che nel 1994 hanno ottenuto la registrazione come siti religiosi ufficiali, acquisendo pari status legale nonché uguale diritti economici e di rappresentanza politica. Talvolta le politiche adottata da Pechino sono state sfruttate dai gruppi religiosi per i propri fini. Come quando, con una la levata di scudi, le musulmane della moschea di Zhengzhou, nella provincia dello Henan, si sono opposte -con il placet del Partito- all’Islamismo ortodosso internazionale che proibisce alle ahong (imam in mandarino) di dirigere moschee femminili indipendenti.

Ad aver contribuito all’indigenizzazione della religione in Cina è stato il principio della non ingerenza negli affari interni, dietro il quale Pechino si trincera per respingere le interferenze da parte delle associazioni religiose straniere. Un aspetto del regime ferreo cinese che si è rivelato vantaggioso per alcune comunità di fedeli.

Particolarmente emblematica è la storia delle scuole coraniche femminili, nate oltre tre secoli fa dalla negoziazione sulla natura dell’identità musulmana nell’ambito della diaspora cinese. Durante la fine della dinastia Ming e l’inizio della Qing (XVII secolo), la rinascita islamica, ispirata da intellettuali e pedagoghi Hui, la minoranza musulmana cinese, finì per abbracciare anche il gentil sesso. Il processo di rafforzamento della comunità femminile venne interrotto durante la persecuzione religiosa negli anni ’50 del secolo scorso, per poi riprendere timidamente durante l’apertura anni ’80. Sopratutto a partire dalla fine degli anni ’90 molte moschee furono riaperte e, in alcune aree della Cina centrale, ne furono costruite di nuove.

La ripresa di pratiche antiche, divenute desuete, fornisce un ponte tra le nuove generazioni e le loro origini, finite nel dimenticatoio dopo la fondazione della Repubblica popolare. Così la trascrizione e la compilazione dei canti musulmani jingge riportano in vita i sentimenti, le gioie e i dolori delle praticanti di un tempo, divenendo di ispirazione per le giovani fedeli di oggi. Il passato viene riempito di nuovo significato per rimuovere le connotazioni negative affibbiate per lungo tempo alle credenti. E la modernità, avvertita con trepidazione come la perdita delle passate certezza si accompagna, tuttavia, alla garanzia di benefici materiali e di una partecipazione religiosa alle dinamiche sociali più proattiva rispetto al passato; sopratutto per quanto la riguarda l’assistenza ai gruppi emarginati.

Esemplare è stato l’impegno delle suore del convento cattolico Zhugu di Kaifeng, Henan, nella scolarizzazione e in opere di carità, in particolare tra gli anni ’80 e ’90. Eredi delle Sorelle della Provvidenza di St Mary’s of the Wood, giunte a Kaifeng dall’Indiana nel novembre 1920 e rimpatriate forzosamente nel 1950, le suore di Zhugu (oggi tutte cinesi) si sono impegnate in progetti sociali che aggiungono una dimensione religiosa allo sviluppo locale. Dall’assistenza ai bambini abbandonati, agli handicappati e agli anziani, fino al più recente impegno nella difesa delle mogli vittime di violenze familiari. A confermare come l’alterità di alcune associazioni di culto sia riuscita a collaborare alla nascita di una Cina moderna, tappando i buchi lasciati da un welfare insufficiente.

Le donne credenti sono particolarmente preoccupate dall’orientamento laico della cultura cinese” scrive Shui Jingjun, coautrice con la Jaschok di Women Religion and Space in China, “ la cultura religiosa che determina la loro vita e la loro soggettività porta ad una posizione marginale nella società e negli ambienti accademici, anche per via della loro invisibilità nella sfera pubblica sociale (secolare). Eppure abbiamo scoperto che le donne musulmane, nella costruzione di un gruppo religioso attivo, hanno finito per arricchire non soltanto la storia delle musulmane cinesi, ma anche la storia cinese nel suo complesso. E che il silenzio e l’assenza non coincide con la non-esistenza o l’incapacità di far sentire la propria voce.”

 

 

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