La prostituzione e il Dragone

Dongguan, un nucleo urbano di 10 milioni di abitanti sul delta del Fiume delle Perle, il polmone industriale cinese. Negli intenti della propaganda di regime, una probabile candidata a divenire la pittoresca culla di un coacervo di culture. Nell’immaginario collettivo Dongguan è “Sin City“, la città che notte e giorno vende sesso per poche centinaia di yuan.

Come riporta il South China Morning Post, tra le 500mila e le 800mila persone -circa il 10% della popolazione migrante locale- sono in qualche modo implicate nel giro della prostituzione. 300mila esercitano il mestiere più antico del mondo in saloni di massaggi al bordo della strada, hotel esclusivi, centri benessere e karaoke.

E a poco e niente sono serviti i blitz della polizia. Dozzine di serrande abbassate e sigilli dell’Ufficio di pubblica sicurezza, là dove un tempo sostavano le ragazze di piacere, hanno semplicemente tolto dalla vista un lucroso business che ora prosegue -più cautamente- in locali sotterranei o al secondo piano di un KTV. Nulla hanno potuto orde di mogli inferocite contro la connivenza delle autorità. Se da una parte il Ministero della Pubblica sicurezza giura da tempo di voler “spazzare via il giallo” per debellare un mestiere che in Cina è illegale dall’inizio della gestione comunista, dall’altra, nei fatti, le parole si riducono a sporadici successi. La chiusura del sex market di Dongguan “New Generation” è niente più che una goccia in un oceano dove sguazzano funzionari di Partito e forze dell’ordine. Spesso saloni e night appartengono a figure di spicco nella gerarchia del potere, e non capita di rado che ai vertici si affittino interi piani di hotel per ospitare alcuni conclavi politici particolarmente delicati. L’intrattenimento femminile è di contorno.

Nonostante dal 1949 ad oggi il governo cinese abbia lanciato diverse campagne anti-prostituzione (l’ultima nel 2010), il fenomeno è ugualmente aumentato di anno in anno a partire dal 1982, come riporta una ricerca condotta da James Finckenauer e Min Liu della Rutgers University. Da Pechino hanno risposto con l’apertura di 183 centri di rieducazione e di detenzione, a partire dal 1987, al solo scopo di ospitare prostitute agli arresti e i loro clienti.

Sebbene sia piuttosto difficile reperire dati affidabili, si stima che i lavoratori del piacere in Cina siano tra i 3 e 10 milioni, di cui il 90% sarebbe portatore di malattie veneree. L’altra faccia delle riforme economiche anni ’80 e dell’urbanizzazione che, in un trentennio, ha trascinato nelle città una fetta considerevole della popolazione rurale. Tutt’oggi spesso accade che le lavoratrici migranti non riescano, con mezzi legali, a guadagnare uno stipendio sufficiente a mantenere sé stesse e la propria famiglia. Ragione per la quale molte scelgono di vendere il loro corpo, fonte di introiti superiori a quanto racimolabile con un lavoro in fabbrica. Tant’è che ormai si tende ad associare la prostituzione alle carenze strutturali di cui soffre la società cinese, come povertà e disuguaglianze di genere. E non è un caso che, a meno di un anno dall’insediamento della nuova leadership, si torni a parlare con maggior insistenza di un modello basato su uno sviluppo più bilanciato e sostenibile, al fine di raddrizzare le storture che affliggono il Dragone.

La corruzione diffusa tra le forze dell’ordine e i funzionari di governo è un grave problema e un ostacolo considerevole sulla strada per contenere ed eliminare la prostituzione“, scrivono Finckenauer e Liu. A volte sono gli stessi poliziotti a fare la soffiata prima dell’inizio di un nuovo giro di vite, altre volte ricorrono a multe salate per riempirsi le tasche invece di arrestare i colpevoli. Come riporta un recente rapporto di Human Rights Watch, “le sanzioni monetarie contribuiscono a completare i costi operativi delle forze dell’ordine locali“. Così, sebbene il Ministero della Pubblica Sicurezza abbia messo in guardia dall’applicazione di pene pecuniarie al posto delle manette, HRW rivela che la pratica è ancora largamente diffusa. Non solo. A farne le spese non sono quasi mai i pilastri portanti sui quali poggia l’industria della prostituzione, bensì le venditrici di sesso, prese in custodia, arrestate e spesso perseguite dalla legge senza un adeguato controllo giurisdizionale o un giusto processo. I periodi di detenzione nei centri educativi possono andare dai sei mesi ai due anni, anticamera dei campi di lavoro dove la permanenza può poi protrarsi fino a tre anni.

Questo sistema punitivo non fa che addossare le colpe interamente sulle donne, nella maggior parte dei casi finite sui marciapiedi non per scelta personale, ma spinte da fattori socio-economici. In passato erano le stesse autorità a costringere le prostitute a una pubblica umiliazione con “parate della vergogna“; una pratica messa al bando nel 2010 per placare l’indignazione popolari. Eppure, tutt’oggi, si tende a scaricare ogni responsabilità sulla controparte femminile, spesse volte per giustificare la brutalità delle forze dell’ordine e altre forme di violenza perpetrate ai danni delle prostitute. Non molto tempo fa ha fatto scalpore la storia di Ye Haiyan, attivista pro legalizzazione della prostituzione, sfrattata e lasciata sul ciglio di una strada dalla polizia per via delle sue numerose campagne contro gli abusi sessuali.

Che prostituzione faccia rima con corruzione lo confermano alcuni casi di cronaca recente, primo tra tutti quello che vede quattro giudici di Shanghai sospesi per la loro frequentazioni con donne di malaffare. Lo scorso novembre era stata la volta di Lei Zhengfu, funzionario di Chongqing filmato mentre faceva sesso a pagamento con una ragazza di diciotto anni assoldata da uno sviluppatore locale per imbastire un ricatto. A giugno Lei è stato condannato a 13 anni di carcere per corruzione. Entrambi i casi sono stati scoperchiati grazie a Weibo, il Twitter cinese.

Relazioni disdicevoli sono costate care anche al noto uomo d’affari e blogger Charles Xue, agli arresti dal mese scorso con l’accusa (ufficiale) di aver intrattenuto rapporti con prostitute. Assieme a lui sono state fermate altre 26 persone per lo stesso motivo.

Nel corso degli anni la lotta alla prostituzione ha rappresentato un caposaldo nel processo di legittimazione del Partito comunista guidato da Mao, dato che -secondo l’ideologia marxista- sono disperazione e spirito di sopravvivenza a spingere una donna a vendere il proprio corpo. Nei primi anni ’60 le forme più visibili di prostituzione furono nascoste sotto il tappeto. Nel 1964 tutti i 29 istituti di ricerca sulle malattie veneree chiusero i battenti. Ma mentre le autorità festeggiavano la loro “vittoria di Pirro”, la prostituzione “invisibile”, quella che coinvolge i quadri e si regge sulla formula sesso in cambio di privilegi, diventava la caratteristica distintiva della Cina maoista, specie verso la fine della Rivoluzione Culturale.

All’inizio degli anni ’90 la prostituzione è diventata una fattispecie giuridica a sé stante. Sotto le pressioni del Ministero della Sicurezza Pubblica e di All-China Women’s Fondation, nel 1991 l’Assemblea nazionale del popolo ha passato una legislazione che amplia notevolmente la gamma e la portata dei controlli in materia, vietando severamente la vendita e l’acquisto di prestazioni sessuali, nonché minacciando dure sanzioni per chi è coinvolto nel traffico di donne e bambini.

Tra il 1989 e il 1990 si contavano 243,183 persone implicate nel giro della prostituzione. A seguito della campagna di pulizia lanciata dal governo nel 2000, l’economista Yang Fan riportò un calo dell’1% nel Prodotto interno lordo cinese, a causa del crollo della spesa da attribuirsi all’assottigliamento del portafoglio delle prostitute. Oggi l’industria del sesso pare rappresenti il 6% del Pil nazionale.

Secondo uno studio del 1997, il 46,8% degli universitari cinesi avrebbe ammesso di essere stato tentato di ricorrere al sesso a pagamento. Il motivo si dice sia da attribuirsi in parte al gap di genere causato da trent’anni di politica del figlio unico: tra un quindicennio 30 milioni di uomini potrebbero non riuscire a trovare una compagna.

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