La maternità oltre la Muraglia

Ogni anno, in Cina, il numero delle donne non sposate che decidono di avere un figlio aumenta tra il 10 e il 13%. Una tendenza, che i media cinesi, affiancano alla loro età sempre più giovane.

Secondo le stime sulla pianificazione familiare del Guangdong Province Research, l’80% delle donne immigrate nella provincia in cerca di lavoro ha avuto rapporti sessuali prima del matrimonio; il 60% di queste è rimasta incinta “accidentalmente”. Spesso la scelta di portare avanti la gravidanza viene presa nel riserbo più assoluto, tra le preoccupazioni per una multa pecuniaria salatissima e l’impossibilità di assicurare al futuro nascituro l’hukou, il certificato di residenza che lega i diritti di un individuo al luogo di origine. Tradotto nei fatti: semaforo rosso per l’iscrizione all’asilo nido e spese mediche più elevate della media.

Per la legge cinese i bambini nati fuori dal matrimonio non esistono, e pertanto non godono di alcuna tutela giuridica. Le agenzie per la pianificazione familiare puniscono ogni violazione della legge del figlio unico, incluse le nascite al di fuori del vincolo matrimoniale. Little Bird, una ong che fornisce aiuto alle lavoratrici migranti, punta il dito contro la società cinese totalmente indifferente al fenomeno delle madri single: “Il loro status è illegale e non c’è nessuna organizzazione a prendersi cura di loro” ha spiegato Wei Wei assistente sociale presso Little Bird “Il problema più grande che devono affrontare, una volta abbandonate dal loro partner, è quello dello hukou per il proprio bambino. Inoltre si trovano spesso in condizioni economiche molto difficili e non riescono a trovare lavoro“. A ciò si aggiunge la multa, di cui debbono farsi carico da sole, per un importo che varia da zona a zona.

Ignorate dal resto della società, le madri non sposate tendono a cercare conforto e aiuto tra loro. Molte si affidano al web, unico luogo (virtuale) nel quale riescono a dare sfogo alle proprie frustrazioni. Tanto che sarebbero oltre 3000 gli utenti attivi su una chat nata appositamente per questa categoria femminile.

La questione delle madri single è tornata sotto i riflettori lo scorso giugno, quando la città di Wuhan ha presentato un disegno di legge che prevederebbe una multa pesante per le donne che decidono di avere un bambino al di fuori del matrimonio. Come stabilito all’articolo 26, “le donne non sposate, che non sono in grado di fornire i permessi appropriati del proprio partner, o che consapevolmente allevano con il proprio coniuge il figlio avuto da qualcun’altro, debbono pagare una tassa di compensazione sociale” commisurata a quanto stabilito dalla legge di pianificazione familiare provinciale. A causa delle zone grigie della legislazione locale, le “colpevoli” rischiano di dover versare fino a sei volte il reddito medio annuo disponibile.

Sebbene in altre parti della Cina, come Pechino e la provincia del Guangdong, regolamenti simili siano già stati adottati, le recenti misure proposte da Wuhan sono state accolte dalle critiche e dai commenti preoccupati di quanti temono una recrudescenza di aborti e abbandoni di neonati. Senza calcolare che la legge “penalizzerebbe solo le madri, ignorando le responsabilità dei padri; avrebbe pesanti ripercussioni sui poveri senza esercitare quasi alcun impatto sui ricchi. Tutto ciò mina l’equità sociale” ha avvertito il Global Times, costola del quotidiano di Partito People’s Daily.

La stretta normativa sulle madri non sposate è giunta a pochi giorni da un episodio di cronaca rapidamente rimbalzato sulla stampa internazionale. E’ la storia di “Baby 59”, partorito di nascosto in un bagno pubblico e scivolato -pare incidentalmente- nel tubo di scarico, per poi venire tratto in salvo dalle autorità grazie all’allarme lanciato dalla madre stessa. Per l’appunto, una 22enne non sposata.

Avere un bambino fuori dal matrimonio è costante origine di pettegolezzi e gossip“, così nel 2010 commentava il fenomeno delle madri single il sito governativo china.org.cn.

La rapida espansione economica e modernizzazione sociale dell’ultimo trentennio hanno favorito una maggiore libertà e disinvoltura nei costumi sessuali dei cinesi. La politica del figlio unico, introdotta nel 1979 con l’intento di controllare l’aumento esponenziale della popolazione in tempi di difficoltà economiche, non sembra essere riuscita ad arginare il fenomeno delle nascite extra-matrimoniali. Di contro, ha acutizzato il problema degli aborti clandestini e dell’abbandono/vendita/uccisione delle figlie femmine, oltre ad aver innescato alcuni squilibri sociali quali gap di genere, progressivo invecchiamento della popolazione e netta diminuzione della manodopera nelle aree che hanno trainato lo sviluppo della Nuovissima Cina. Tant’è che adesso Pechino starebbe valutando l’ipotesi di riformare il sistema. Primo passo: permettere un secondo bambino alle coppie in cui uno dei due genitori sia figlio unico.

Comunque fino ad oggi è stato possibile smarcarsi dai divieti pagando circa 200mila renminbi (più di 24mila euro) per una nascita extra; questa la cifra minima da sborsare nelle grandi città se si hanno buone guanxi, l’equivalente dei nostri “agganci”. Difficilmente quanti si possono permettere tale somma rinunceranno ad alcune spese accessorie: dai 1000 dollari per il “fitness post-gravidanza” fino ai 10mila dollari per un “hotel-maternità”, dove trascorrere il mese seguente il parto all’insegna di una dieta rigidissima, in accordo con le teorie umorali della medicina tradizionale cinese. Il tutto sempre più spesso al di fuori dei confini della mainland.

Negli ultimi anni il “turismo delle nascite” ha visto come mete privilegiate dalle donne cinesi Hong Kong, Canada e Stati Uniti. Partorire in uno delle strutture specializzate di Los Angeles, nelle aree di Rowland Heights, Arcadia e Chino Hill non soltanto assicura norme igenico-sanitarie migliori rispetto agli standard cinesi, ma permette anche di dare alla luce un bambino con passaporto americano, per prezzi fino a 50mila dollari. Tanto che alcuni media statunitensi accusano i genitori d’oltre Muraglia di pianificare il parto sull’altra sponda del Pacifico con l’intento di emigrare grazie alla cittadinanza americana del nuovo nato. Per molte famiglie, in realtà, si tratta di un escamotage volto ad aggirare la politica del figlio unico a costi più “contenuti”. In altri casi, invece, sono i danarosi funzionari del Partito a spedire le loro amanti all’estero per insabbiare la nascita di un figlio scomodo in cambio di un supporto finanziario.

Quali siano le motivazioni all’origine del fenomeno, poco importa ai residenti nelle aree “sinizzate” di Los Angeles che riuniti sotto lo slogan “Not in Chino Hills” si sono battuti con successo per la chiusura di alcuni “hotel-maternità”, presi d’assalto da cinesi incinte con abiti griffati e un mandarino chiassoso. D’altra parte il business delle nascite non viola la legge federale, che permette ad una donna con visto turistico di partorire su suolo americano, una volta sbarcata negli Usa.

Location differente, ma modalità simili nella vicina Hong Kong. Pare infatti che ogni anno decine di migliaia di giovani della mainland scelgano l’ex colonia britannica per dare alla luce il loro bambino, il quale in tal modo ottiene automaticamente il diritto di residenza e la possibilità di frequentare le scuole locali. Stando alle statistiche ufficiali, nel 2011, su 80.131 nati nel “Porto Profumato” 38.043 erano usciti dal grembo di una donna cinese. Numeri che hanno impensierito notevolmente gli abitanti dell’isola, preoccupati per il modo corsaro con il quale i vicini di casa attingono alle risorse sanitarie ed educative locali. Così, nel corso del 2012, il Dipartimento per l’Immigrazione di Hong Kong ha deciso di bloccare l’accesso a oltre 3.500 partorienti in arrivo dalla terraferma, con un balzo dell’80% rispetto all’anno precedente. Nel 2011 circa 400 donne cinesi sono state messe agli arresti nell’ex colonia inglese. Come riporta il Wall Street Journal, molte di loro sono finite dietro le sbarre un paio di giorni dopo il parto per scontare una pena di due mesi, in quanto trovate in possesso di visti scaduti.

Maternità e lavoro

E’ difficile lavorare in Cina per le donne che hanno figli” ha dichiarato in un’intervista rilasciata ad AgiChina24 William Nee, direttore di China Labour BullettinLe lavoratrice con hukou rurale si trovano davanti ad un dilemma: o spendono più soldi per mandare il figlio in una scuola privata nella città in cui vivono, oppure lo lasciano a casa – spesso accudito dai nonni- dove si può avere accesso all’istruzione pubblica. Ciò diventa fonte di tristezza per la madre e crea una serie di problemi sociali al bambino. In secondo luogo, molte fabbriche e luoghi di lavoro non offrono sistemi di previdenza sociale -tra cui la maternità. Un ostacolo, questo, che si aggiunge alla pressione economica che tali madri devono affrontare“.

Il commento di Nee giungeva a ridosso dall’articolo a tinte fosche di Leta Hong Fincher, dottoranda in sociologia presso l’Università Tsinghua di Pechino. Ospitata sulle colonne del New York Times, Fincher ha tracciato un quadro preoccupante del mondo del lavoro femminile in Cina, che i dati di All-China Women’s Federation confermano in pieno. Numeri alla mano, se le ventenni con un posto fuori casa sono il 63%, le trentenni rappresentano soltanto il 53%, chiaro sintomo di come il peso della maternità influisca negativamente sulla carriera delle giovani cinesi.

Il 28 aprile 2012 il Consiglio di Stato ha pubblicato le Special Provisions on Labor Protection of Female Employees, primo grande balzo in avanti verso una maggiore protezione delle dipendenti cinesi. Secondo le disposizioni speciali, la lavoratrici hanno ora 98 giorni di maternità (rispetto ai 90 precedenti), di cui 15 possono essere presi prima del parto. Nei casi di parto difficile, il congedo per maternità può essere prorogato di altri 15 giorni; quando si hanno parti plurimi la proroga è di 15 giorni per ogni neonato, anche se le normative cambiano a seconda delle zone del Paese. Inoltre, alle dipendenti verrà assicurata almeno un’ora per l’allattamento nell’orario di lavoro, così come la possibilità di visite mediche per la cura prenatale.

Durante il congedo per maternità, nel caso di dipendenti coperte da assicurazione, sarà il fondo assicurativo a versare l’indennità in base al salario mensile medio percepito da tutti gli impiegati l’anno precedente. Così che l’assegno di maternità per una lavoratrice a basso salario può anche essere più alto di quanto da lei guadagnato nel periodo normale di lavoro. Qualora non abbia pagato i contributi, il datore di lavoro sarà costretto a versare una somma equivalente alla regolare retribuzione mensile della dipendente per tutta la durata del congedo, mentre in caso di violazione della nuova normativa la multa si aggira tra i 1000 e i 5000 renminbi per soggetto leso.

Il provvedimento prevede anche migliori condizioni di lavoro. Le donne incinte potranno esigere un alleggerimento del carico lavorativo, nonché l’esclusione dai turni notturni dopo sette mesi dall’inizio della gravidanza e nel periodo dell’allattamento. Segue una lista degli impieghi “proibiti” alle donne in condizioni generiche o particolari. Per esempio, durante il periodo mestruale, le lavoratrici non devono essere coinvolte in operazioni nell’acqua fredda, a basse temperature o labour-intensive che superino gli standard previsti dalle Special Provisions. In caso di gravidanza, invece, le donne saranno tenute lontane da ambienti di lavoro rumorosi o a contatto con sostanze chimiche e velenose, nonché esonerate da attività in acqua fredda, ad alta quota, e a temperature fredde/calde.

Se per molti le nuove disposizioni del Consiglio di Stato cinese fanno impallidire campioni dei diritti umani quali gli Stati Uniti -dove il congedo per maternità non è retribuito- secondo altri, le recenti politiche preferenziali potrebbero rivelarsi per il gentil sesso un’arma a doppio taglio. Il rischio per le donne è infatti quello di vedersi sbarrato l’accesso ad una serie di professioni ritenute inadatte per una categoria considerata “debole”, con possibilità di carriera ben più limitate rispetto a quelle dei colleghi maschi. Il confine che separa l’iperprotezione dalla discriminazione si assottiglia pericolosamente.

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