La lunga marcia (in salita) delle scienziate cinesi

Donne nello spazio e nelle profondità degli abissi. E’ con grande orgoglio che il 21 giugno l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha reso nota una presenza femminile nell’equipaggio del sommergibile d’altura Jiaolong, durante un’immersione nel Mar cinese meridionale. Yang Qunhui, professore associato presso l’Università Tongji di Shanghai, è la prima scienziata donna ad aver partecipato ad una spedizione del “drago d’acqua”, questa la traduzione del nome cinese dell’imbarcazione che lo scorso anno aveva battuto il record nazionale scendendo 7.062 metri sotto il livello del mare, nella Fossa delle Marianne.

Appena il giorno prima, l’attenzione dei media cinesi era tutta proiettata verso i cieli, per una lezione di vita nello spazio. Maestra d’eccezione, Wang Yiping, 33 anni e seconda donna a partecipare ad una missione spaziale, ha dato una dimostrazione pratica dell’assenza di gravità dalla navicella Shenzhou- 10, in orbita a 300km di distanza dalla Terra. La diretta, trasmessa dalla televisione di stato CCTV, ha incollato davanti al piccolo schermo oltre 60 milioni di studenti. Wang, che è membro del Partito comunista e ha il grado di maggiore nell’Esercito popolare di liberazione, ha partecipato alla quinta missione con equipaggio umano del Dragone, la più lunga (15 giorni) e ultima in ordine di tempo verso  la realizzazione di una stazione orbitale permanente.

Sono passati dieci anni da quando il “gigante asiatico”, nel 2003, ha inviato il suo primo “taikonauta” (come vengono chiamati alle nostre latitudini gli “astronauti” d’oltre Murglia) nello spazio; uno solo da quando il 16 giugno dello scorso anno la pioniera Liu Yang ha tinto per la prima volta di rosa una navicella cinese. Un successo quello di Liu, celebrato non soltanto dai media nazionali ma anche dalla rete: dei 34 milioni di messaggi pubblicati su Weibo riguardo al lancio dello shuttle Shenzhou-9, circa 2,2 milioni contenevano il nome di Liu Yang, mentre alcune ricerche hanno evidenziato per i suoi compagni Liu Wang e Jing Haipeng meno di 100mila visite.

“Ad aver attirato tanta attenzione sull’ultimo viaggio spaziale è stata proprio la presenza di un’astronauta donna. Nei giorni scorsi è diventato un tema caldo di portata nazionale e pertanto coperto ampiamente sia dalla stampa che dai media elettronici” aveva affermato a suo tempo Zhang Jiang, professore di comunicazioni presso la Beijing Foreign Studies University.

A rovinare i festeggiamenti il ricordo ancora fresco di Feng Jianmei, non una scienziata né una celebrità. Una donna come tante, costrette pochi giorni prima ad abortire sebbene al settimo mese perché non in grado di pagare la multa di 40mila yuan (quasi 5mila euro) imposta in Cina a chi vuole avere un secondo figlio. Le inconciliabili contraddizioni di un Paese che studia da superpotenza, con un buono meno in economia e un’insufficienza grave nel rispetto dei diritti umani. Che vorrebbe aprire qualche porta in più al gentil sesso, ma, per il momento, è in grado di lasciare solo qualche spiraglio.

Con “Outline for the Development of Chinese Women 2011-2020“, il Consiglio di Stato si è impegnato a raggiungere in un decennio quote rosa del 35% nei settori scientifici e tecnologici, da sempre considerati maschili. Come? Innanzitutto, incentivando l’accesso delle donne ai laboratori nazionali con progetti di ricerca volti alla loro formazione professionale. “Il talento tecnologico femminile è fondamentale per lo sviluppo del Paese” si legge nel documento.

Eppure, nonostante le possibilità di ottenere un dottorato in materie scientifiche siano grossomodo le stesse dei colleghi uomini, le studentesse cinesi incappano in serie difficoltà quando si tratta di trovare lavoro come ricercatrici. “Le donne hanno più doveri familiari rispetto agli uomini, un fattore che le svantaggia in tutti i campi professionali” ha commentato Li Zhenzhen, researcher presso l’Istituto di Politica e Management dell’Accademia cinese di scienze, sottolineando l’urgenza di politiche mirate a rinforzare la presenza femminile nel settore.

La Fondazione nazionale di scienze naturali cinese (NSFC) sembra aver intrapreso questa direzione da quando, nel 2010, ha stabilito massima priorità alle ricercatrici scientifiche che presentano domanda di finanziamento. Il problema, però, sembra non essere esclusivamente circoscritto entro i confini nazionali. Di recente l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) ha invitato tutti i Paesi ad affrontare la carenza di quote rosa nel settore scientifico-tecnologico, affermando che il gap donne-uomini “costituisce un ostacolo al progresso delle nazioni”. “Fermare l’esodo delle donne dalla scienza”: titolava così l’Harvard Business Review nel 2008 riportando una percentuale allarmante di fughe femminili dall’area STEM (Science, Technology, Engineering and Math). Ben il 52%.

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