Cina: il corpo, le donne e i media

L’economia del Dragone -e con essa i consumatori cinesi- è lo specchio di una società in continuo mutamento, caratterizzata per tradizione, come molti altri paesi dell’Asia orientale, da “tendenze collettiviste” che inducono l’individuo ad un uniformarsi al tutto. D’altra parte, come sottolinea l’antropologo olandese, Geert Hoefstede, “quando un’economia comincia a fiorire e i suoi abitanti si arricchiscono, le culture collettiviste tendono naturalmente a divenire più individualiste, dando vita ad una società assai più libera di quanto non fosse in precedenza“. E’ innegabile che lo sviluppo della Cina abbia ormai raggiunto questo stadio.

Ad accelerare il processo ha giocato un ruolo di primo piano l’influsso del modello culturale occidentale, “individualista” per antonomasia, penetrato negli ultimi anni attraverso una sempre più massiccia presenza di messaggi pubblicitari d’oltremare. Con il risultato che ora i cinesi vengono spinti ad affermare la propria personalità attraverso ciò che comprano e nel modo in cui si presentano all’esterno.

Ma se nel Regno di Mezzo i prodotti “made in Occidente” hanno ricevuto un alto indice di gradimento, non è altrettanto chiaro l’effetto che gli spot pubblicitari stranieri, portatori di nuovi canoni e valori, possano avere sulla psiche dei cinesi. Secondo Richard Gordon, psichiatra e autore di diverse pubblicazione, “l’occidentalizzazione” di culture lontane ha fatto sì, tra le altre cose, che paesi un tempo estranei a disturbi del comportamento alimentare -quali Cina, India, Corea del Sud, Argentina e Brasile- abbiano cominciato a dover far fronte agli stessi problemi che tormentano l’Ovest.

Le fattezze rotonde delle divinità tradizionali e dei portafortuna cinesi, simbolo di ricchezza e successo finanziario, non hanno impedito ai canoni estetici occidentali di valicare la Muraglia. La penetrazione era già avvenuta circa un ventennio fa, come dimostra lo studio “Dissatisfaction Among Chinese Undergraduates and Its Implications for Eating Disorders in Hong Kong”, realizzato nel 1996 da alcuni studiosi cinesi su un campione di 1.581 soggetti. Il sondaggio rivela l’evidente frustrazione dei maschi cinesi per la loro scarsa altezza e una struttura fisica troppo gracile, mentre per le donne -ossessionate dal peso- vita, fianchi e cosce vengono elencati tra i propri punti deboli. Preoccupazioni che riflettono una netta virata rispetto all’estetica tradizionale del Dragone tutta focalizzata su sopracciglia, occhi, orecchie, naso e bocca. Oggi il chiodo fisso delle giovani cinesi sembra essere proprio quella “magrezza”, un tempo sintomo di povertà, sfortuna e malattia. Ad accrescere il senso di insoddisfazione verso il proprio aspetto contribuiscono i modelli sponsorizzati dai media, riviste e programmi televisivi in primis. E lo fanno fin dagli anni dell’adolescenza.

Eppure -come rivela un sondaggio del 2011 effettuato su 50 ventenni cinesi provenienti dalle città settentrionali di Ningbo e Tangshan- anche se la maggior parte delle intervistate si è dimostrata decisamente critica nei confronti della figura femminile sponsorizzata dai mezzi di comunicazione di massa, d’altra parte molte di loro non sembrano pienamente consapevoli dell’influenza esercitata dai media sui propri gusti estetici. Che, nonostante tutto, coincidono con l'”essere formosa”, “avere gambe lunghe” e indossare “vestiti alla moda”.

Il corpo delle donne – Tradizionalmente in Cina il corpo veniva considerato in termini morali, percepito come parte della natura e descritto attraverso un vasto repertorio di metafore. Fino a quando la distruzione del passato voluta da Mao Zedong non finì per colpire anche il modo di intendere la propria fisicità. Mentre alla fine degli anni ’60 gli slogan delle “streghe” facevano tremare l’Occidente, nel Regno di Mezzo la de-sessualizzazione imposta sotto la Rivoluzione Culturale aveva annullato qualsiasi distinzione di genere, mortificando la femminilità stessa. La partecipazione alla lotta di classe e alla crescita del Paese si era esplicata anche attraverso l’imposizione dell’uniformità tra i sessi; studentesse e lavoratrici dai capelli corti, insaccate nelle smorte divise maoiste. “L’eredità rossa” ha indotto il popolo cinese a maturare una percezione del proprio corpo atipica.

Poi negli anni ’80 un primo risveglio: permanenti e abiti alla moda cominciarono ad evidenziare una percezione del corpo più sana e sensuale. La decade successiva avrebbe visto la diffusione dei primi concorsi di bellezza nelle province meridionali del Guangdong, Fujian e Shanghai, con conseguente presa di coscienza del valore commerciale della bellezza stessa. Ebbe così inizio la mercificazione del corpo femminile.

Ciò che dà valore al corpo inteso come “prodotto commerciale” non è tanto lo stato di salute o la sensualità. E’ piuttosto il rispetto di certi canoni e misure imposte dal mercato della moda e accettate più o meno incondizionatamente dalla popolazione femminile. Il desiderio di rientrare negli standard sponsorizzati dalla società dell’immagine si è tradotta in una competizione tra donne, fonte di grandi guadagni per l’industria del fashion e dei cosmetici.
Le cose, tuttavia, stanno cambiando, ha sottolineato Zhang Ning, professore di cultura cinese presso l’Università Normale di Pechino in un’intervista apparsa sul sito di “citizen journalism” My1510. Una recente tendenza mette in risalto un rinnovato interesse dei giovani per ciò che è “fresco, semplice e naturale”, estendendo il concetto di bellezza a seconda della percezione individuale. In questa direzione si inserisce il fenomeno dilagante sulla rete delle “donne semplici”, che vede “ragazze della porta accanto” proporsi come nuove bellezze, acquisendo un certo successo popolare nonostante spesso le loro performance sfiorino la soglia del ridicolo. Il fenomeno di “Sister Furong” (di cui Uno sguardo al femminile proporrà a breve un approfondimento) è uno degli esempi più eclatanti del desiderio di affermare la propria bellezza, sebbene non conforme ai canoni estetici convenzionali.

Lo scorso anno piovvero critiche sui concorsi di bellezza della mainland per l’elezione di vincitrici ritenute dal pubblico decisamente “bruttine”, in quello che Zhang Ning ha definito una “distorsione” deliberata degli organizzatori al fine di attrarre l’attenzione. Ad aver l’ultima parola nelle “gare tra le belle” sono spesso i poteri amministrativi, finanziari e mediatici. Sono loro a legittimare la vincitrice, ha sottolineato Zhang. D’altra parte, in questo caso la decisione di scegliere giovani fuori dagli standard estetici condivisi potrebbe essere interpretata come una pacca sulla spalla a tutte le “ragazze normali” presenti tra il pubblico.

A testimoniare un’evoluzione nella percezione della propria fisicità, lo scorso novembre alcune giovani cinesi avevano deciso di pubblicare su internet le loro foto senza veli nell’ambito di una campagna contro le violenze domestiche. Il linguaggio utilizzato è molto forte: seni nudi cosparsi di scritte rosso sangue e teste rasate. Il corpo diventa così un “campo di battaglia”, aveva spiegato Xiong Jing, una delle organizzatrici. “Orgogliosa di essere piatta; vergogna per le violenze domestiche”, “Non picchiarla; ama il suo corpo” e “Liberate la sessualità; eliminate la violenza” sono alcuni dei messaggi espressi dalle manifestanti attraverso la propria nudità.

“Sexy con caratteristiche cinesi” – “Xinggan” è la parola che in cinese si avvicina di più al concetto di “sexy” per come viene inteso in Occidente. Una parola giovane per un concetto giovane. Fino a vent’anni fa, infatti, in Cina si era soliti esaltare la bellezza dello spirito più che quella del corpo, così che il linguaggio scritto era sprovvisto di un termine che indicasse in maniera appropriata l’attrattiva sessuale esercitata attraverso la fisicità.

E’ soltanto con i libri illustrati in arrivo da Europa, America e Giappone e sopratutto con l’accesso al web che abbiamo imparato cosa vuol dire ‘sexy’“, ha spiegato Li Fang, fino a qualche tempo particolarmente prolifico di commenti su Zhongqing Luntan, un blog simile a quello attualmente gestito da Han Han, una delle voci più pungenti della rete cinese. Glutei e seni prominenti a gogò in arrivo dall’estero: una vera sfortuna per le ragazze cinesi non particolarmente dotate di curve, chiosa Li.

A guidare la rivoluzione in questo scenario di “colline sinuose” è stata For Him Magazine (FHM) grazie ad un’intuizione a suo modo geniale. L’unico modo per sopravvivere nel mercato cinese è sinizzarsi; ormai sembrano averlo capito le aziende d’oltreconfine che giungono nell’ex Impero Celeste a caccia di clienti. E così ha fatto anche la nota rivista per maschietti, che ha semplicemente deciso di dirottare il proprio interesse da fianchi e seni verso quelle parti del corpo per secoli celebrate nella letteratura cinese: piedi, pancia e vita.
Fu creato un nuovo standard per la sensualità cinese, con conseguente ripercussione sull'”economia della bellezza femminile”. Tutti gli obiettivi cominciarono a puntare ventri scoperti e sandali con tacchi mozzafiato, anche in pieno inverno. Continua a sopravvivere, però, il gusto per il decoltè strizzato e un uso sconsiderato di photoshop che ispira normalmente una lunga sfilza di commenti negativi sotto le immagini ritoccate pubblicate su internet. Quando è troppo è troppo, sembrano pensare i netizen.

Asiatico-americane: “le eleganti ed astute dee del male” – Esotiche, servili e attraenti. Così i media del Nuovo Continente amano dipingere le donne asiatico-americane, relegate a ruoli spesso stereotipati che le rendono vittime, non soltanto di discriminazioni razziali, ma anche di genere. Una lunga tradizione, che affonda le radici negli anni della colonizzazione occidentale in Asia, identifica nelle bellezze orientali un “oggetto sessuale”, una merce da possedere priva di identità propria.

Come riportato nel documentario “Ancestors in the Americas”, nei primi anni di vita degli Stati Uniti l’individualità delle immigrate cinesi fu annullata attraverso l’uso dell’appellativo generico di “China Mary”, nome con il quale venivano chiamate indistintamente tutte le donne provenienti dal Paese di Mezzo. “Durante il coinvolgimento degli americani nella guerra con le Filippine, con Cina e Giappone durante la Seconda guerra mondiale, e più di recente nelle guerre di Corea e Vietnam, le donne asiatiche venivano considerate dai soldati americani come prostitute e oggetti sessuali che offrivano riposo e recupero dalle zone di guerra” [Chan, C. (1988). “Asian American women: The psychological responses to sexual exploitation and cultural stereotypes”].

La filmografia anni ’50 e ’60 ha continuato ad alimentare una visione distorta della femminilità asiatica, dipingendo le donne dell’estremo Est come “eleganti dee del male con  gli occhi a mandorla e dai modi astuti, o sorridenti fanciulle dei mari del Sud avvolte nei sarong, con fianchi ondulati, capelli neri e pelle candida oscurata dal trucco”. E sebbene i media occidentali si stiano adoperando per eliminare i vecchi stereotipi dal piccolo e dal grande schermo, la “sexploitation” delle donne cinesi è ancora evidente.

La comunità asiatico-americana sembra non essere ancora convinta circa la vera natura di Lucy Liu, una delle attrici sino-americane più popolari protagonista di pellicole quali Kill Bill e Charlie’s Angels, che non di rado si trova a rivestire i panni della “puttanella”, intrecciando relazioni sessuali occasionali al fine di raggiungere un preciso obiettivo. La potenza erotica viene sovente sfruttata a proprio vantaggio dai personaggi femminili asiatici, comunemente bollati come astuti, esotici e sexy.

Ma se la logica del commercio spinge immancabilmente i media a servirsi delle bellezze asiatico-americane e di stereotipi vincenti al botteghino, c’è da chiedersi quale impatto possa avere una visione viziata della femminilità orientale sulle “non-Caucasian” nate oltremare.

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