Germogli di femminismo sbocciano in Cina

All’epoca di Mao la teoria dogmatica della liberazione femminista partiva dall’assunto che “l’indipendenza economica” fosse il requisito essenziale per il conseguimento dell’emancipazione. Al giorno d’oggi, oltre la Muraglia, sempre più persone sono dell’idea che per una donna “avere un buon lavoro non sia importante quanto avere un buon matrimonio”. E se nella Cina del boom economico il mondo del business si tinge sempre più di rosa, il divario di reddito tra uomini e donne continua ad allargarsi. Colpa della sproporzionata concentrazione femminile nel lavoro intensivo e a basso reddito, così come in settori informali che non offrono alcuna previdenza sociale o benefit.

Sin dalla fondazione della Repubblica popolare cinese, nel 1949, la legislazione è venuta in soccorso “dell’altra metà del Cielo” proteggendone diritti e interessi. Pechino ha provveduto a ratificare alcune tra le principali convenzioni delle Nazioni Unite, tra le quali la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW). Eppure nell’ultimo ventennio il gap di genere sembra aver accompagnato la crescente disparità tra città e campagna. Nelle zone rurali sebbene le donne ricoprano il 65% della forza lavoro, solo l’1-2% occupa posizioni decisionali.

Risultato: nonostante uomini e donne siano uguali davanti alla legge, il gentil sesso è ancora vittima di discriminazioni dal primo all’ultimo giorno della propria esistenza. Si comincia con gli aborti selettivi e gli infanticidi femminili, passando per le diseguaglianze d’istruzione sui banchi di scuola e di reddito sul posto di lavoro, fino ad arrivare alle discriminazione nell’età pensionistica, nell’accesso al sistema sanitario e al welfare. Alcuni fattori quali la provenienza geografica, la classe sociale, l’orientamento sessuale e l’etnia possono aggravare ulteriormente la situazione.

Nonostante le donne cinesi continuino a rappresentare “l’altra metà del Cielo” -ovvero quella “sbagliata”- è evidente che la crescente consapevolezza dei propri diritti stia portando ad una sempre minore accondiscendenza verso una società indelebilmente segnata da millenni di confucianesimo. Nel contesto di un mondo globalizzato la lotta per l’emancipazione femminile si traduce in una battaglia per la liberazione del genere umano; ne è un esempio il ruolo attivo ricoperto dalle donne nella “rivolta dei gelsomini”.

Nel caso specifico della Cina, va ricordato come la rivoluzione borghese sia stata essenzialmente nazionalista, socialista ma anche femminista. Nel 1912 le suffragette cinesi invasero il nuovo Parlamento per reclamare il diritto di voto. Dopo sette anni la rivalsa femminista ispirò il Movimento del 4 maggio, movimento studentesco culturale e politico anti-imperialista, nel contesto del quale venne richiesta l’uguaglianza dei sessi, la fine della poligamia e dei matrimoni combinati, nonché l’accesso all’istruzione superiore per le donne. La legge sul matrimonio, introdotta nel 1950, oltre a stabilire l’abolizione del “capo famiglia”, permise alle mogli di mantenere il loro nome da nubili e alle madri di lasciare in eredità ai figli i propri beni.

Oggi la richiesta delle donne alle autorità cinesi di attuare gli accordi internazionali sottoscritti da Pechino -così come gli articoli 33-37 della Costituzione del 4 dicembre 1982 sulle libertà individuali- si inserisce in un più ampio sforzo di riforma sociale che ha come traguardo ultimo la democrazia costituzionale. Non quella “con caratteristiche cinesi”, formulata dal padre delle riforme Deng Xiaoping per giustificare le prime liberalizzazioni economiche e che il Partito, recentemente rinnovato al suo vertice, continua a sbandierare in un clima di censura e repressione serrata. Ed è forse un po’ per questo “senso civico”, un po’ per vendetta personale, che negli ultimi mesi “l’armata delle amanti e delle seconde mogli” ha smascherato una serie di casi di corruzione, mettendo -letteralmente- in mutande alcuni funzionari, protagonisti inconsapevoli di video hard.

Le donne, il Partito e le Ong

Nell’attuale contesto politico, “il Partito comunista cinese e lo Stato continuano a svolgere un ruolo dominante nel miglioramento dei diritti delle donne e dell’uguaglianza di genere” spiegava tempo fa Cai Yiping, membro del comitato esecutivo di Develop Alternatives with Women for a New Era (DAWN), network di femministe attiviste, ricercatrici e studiose provenienti dalle economie del Sud del mondo. All China Women Federation (ACWF), organizzazione nata nel ’49 per volontà del Partito, ma che dalla fine del 1995 si definisce indipendente dal governo, ha una struttura tentacolare che opera su suolo nazionale a livello provinciale, distrettuale, sino a raggiungere i più piccoli villaggi, e che ha status consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC). Di fondamentale importanza nella mobilitazione femminile, si batte per la parità di genere e per assicurare alle donne una maggior partecipazione allo sviluppo del Paese.

Ma è dal 1995, anno in cui Pechino ha ospitato la Quarta conferenza mondiale delle donne, che una serie di Ong a tinte rosa ha cominciato a proliferare nel Regno di Mezzo; tra queste rientrano centri di studio facenti capo a Università, istituti di ricerca e organizzazioni impegnate nell’advocacy.

Rispetto alle associazioni pilotate dal governo, le Ong si sforzano di far rispettare quanto compare nel quadro internazionale dei diritti umani, monitorando gli impegni assunti da Pechino con la sottoscrizione della CEDAW e l’assunzione del Beijing Platform for Action, piano d’accordo adottato durante la Quarta conferenza mondiale delle donne. Tra le funzioni delle Ong rientra l’organizzazione di attività di formazione sulle tematiche di genere per i funzionari governativi, e la  sensibilizzazione e mobilitazione della società civile, con un occhio particolarmente attento ai giovani. Il tutto sfruttando al massimo lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche e di comunicazione, affinché il messaggio trasmesso raggiunga un pubblico sempre più ampio.

I primi successi ottenuti nella battaglia femminista non vanno però fraintesi, avverte Cai. Il sentiero che conduce al pieno riconoscimento di pari diritti per uomini e donne è ancora lungo, mentre erroneamente si tende a ritenere il problema archiviato alla luce delle vittorie inanellate a partire dalla metà del secolo scorso. Niente di più sbagliato. Proprio la scarsa sensibilità e l’inerzia generale sono tra i principali ostacoli incontrati da chi si batte per la causa femminile.

A ciò si aggiunge la scarsa efficacia e trasparenza dei processi decisionali: oltre a ACWF, anche altre Ong vengono invitate a prender parte a consultazioni e negoziati su questioni rilevanti, ma la misura della loro partecipazione è incerta e dipende da vari fattori quali l’apertura e l’accettazione dimostrata dai responsabili politici, nonché la spigolosità delle tematiche affrontate. Nonostante i numerosi appelli a rilassare la politica di registrazione delle Ong, status giuridico e vincoli finanziari costituiscono una barriera difficile da valicare. Solo il 10% delle organizzazioni della società civile (CSO) sono registrate come organizzazioni non-profit, le restanti o non sono registrate oppure risultano come imprese commerciali.

Se per molti la diseguaglianza di genere è figlia di una cultura fortemente patriarcale, negli ultimi tempi gli attivisti hanno dirottato i propri sforzi nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica verso un fattore determinante: la presenza di politiche discriminatorie istituzionalizzate, dure a morire. La Pianificazione familiare e il controllo delle nascite attuato dal governo cinese a partire dagli anni ’70 -che permette alle famiglie rurali che abbiano avuto una bambina di dare alla luce un secondo figlio- hanno condotto alla svalutazione della figura femminile. Proprio la politica del figlio unico ha fatto la sua comparsa nell’agenda dell’Assemblea nazionale del popolo -il “Parlamento” cinese, riunitosi nel mese di marzo per ultimare il rimpasto ai piani alti del Pcc e delineare le priorità per la nuova leadership- pare, per il momento, senza subire particolari modifiche (la Commissione per la pianificazione familiare è stata assorbita dal ministero della Salute nell’ambito di uno snellimento dell’esecutivo cinese). Ma il dibattito continua. Ad allarmare tanto i demografi quanto la dirigenza oggi è sopratutto la carenza di popolazione in età da lavoro e lo squilibrio tra maschi e femmine: nel 2010 per ogni 118 ragazzi in età da matrimonio c’erano solo 100 ragazze. Stando a quanto reso noto alcuni giorni fa dal ministero della Salute, negli ultimi quarant’anni in Cina sono stati eseguiti oltre 330 milioni di aborti, cifre che come gran parte dei dati ufficiali emessi da Pechino potrebbero risultare sottostimate.

Uno sguardo al futuro

La nascita delle Ong in rosa si colloca tra gli anni ’80 e ’90 del XX secolo, ma soltanto negli ultimi dieci anni si è assistito alla diffusione di nuove forme associative: donne migranti, donne affette da HIV/AIDS, donne omosessuali ecc.. hanno dato vita a organizzazioni diverse tra loro eppure non sottoposte a differenziazione gerarchiche, amplificando la propria voce. Una strategia vincente potrebbe essere quella di stabilire una sinergia tra mondo accademico, federazioni femministe, Ong e movimenti sociali di varia natura e interesse, rivela Cai Yiping in un’intervista rilasciata ad Association for Women’s Right in Development. Gender Equality Policy Advocacy Project è il frutto di un’alleanza che vede schierate fianco a fianco studiose, attiviste e membri di federazioni per la difesa dei diritti delle donne. Sebbene sussistano difficoltà di coordinamento e nella gestione delle risorse, un impegno congiunto tra vari settori accresce inevitabilmente l’impatto del messaggio trasmesso.

Occorre ripensare il ruolo della donna attraverso il filtro della globalizzazione -esorta Cai- puntare la lente d’ingrandimento sull’interrelazione tra questioni di genere e attività commerciali, genere e responsabilità sociale negli investimenti cinesi all’estero. Monitorare la situazione delle lavoratrici migranti nelle imprese transnazionali e il problema del traffico transfrontaliero di donne. Una realtà globalizzata richiede che i movimenti al femminile si riposizionino su una struttura politica ed economica globale di relazioni di potere multiple.

Stabilità ad tutti i costi

Nel gennaio 2010 la giuria del Simone de Beauvoir Prize per la libertà delle donne ha scelto di onorare due cinesi: l’avvocato Guo Jianmei e la professoressa di letteratura comparata nonché film-maker Ai Xiaoming. L’anno successivo, soltanto la prima riuscì a volare a Parigi per presenziare alla cerimonia di premiazione. All’altra vincitrice fu negato il diritto di lasciare la Cina. Nei mesi seguenti  Ai ricevette vari tipi di intimidazioni, molestie telefoniche e minacce di morte.

Guo è membro di All China Lawyers Association, vicepresidente della Beijing Association of Women Lawyers e fondatrice del Centre for Women’s Law Studies and Legal Service, una Ong per la promozione della riforma del sistema giudiziario e la difesa dei diritti delle donne. Nel marzo 2011 è diventata la prima cinese a vincere l’International Women of Courage Award, presentato dall’ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton. Due mesi dopo essere stata insignita del premio Simone de Baeauvoir, l’Università di Pechino -alla quale era affiliata la sua Ong- le ha intimato di chiudere il Centro. Secondo alcune fonti, l’organizzazione sarebbe stata condannata per aver ricevuto fondi dall’estero e per essersi immischiata in casi sensibili. La foto della donna in lacrime è finita su diverse riviste nazionali. Una mano davanti al viso, sullo sfondo una scritta sfuocata: “Associazione degli avvocati per l’interesse pubblico”.

Per molti il semaforo rosso del governo all’operato di Guo rappresenta l’ultimo chiodo sulla bara della società civile cinese. A partire dal 2008 parallelamente all’incremento del numero delle Ong supportate dalle autorità si è riscontrata una progressiva diminuzione delle associazioni autonome stabilite a livello di base. Nell’estate del 2009 a finire nel mirino di Pechino era stata la Gongmen, una nota lega di avvocati per la tutela dei diritti con base nella capitale. Di fatto lo Stato tollera e incoraggia la formazione di Ong nella misura in cui esse giovano alla stabilità sociale e forniscono alcuni servizi essenziali in settori dai quali le autorità si sono ormai ritirate. Vengono azzittite senza pietà, invece, quando si spingono in terreni ritenuti off limits.

A volte, nonostante tutto, rinascono dalle ceneri sotto nuove sembianze. Decisa a continuare il proprio lavoro di consulenza legale, Guo non si è data per vinta e ha fondato il Beijing Zhongze Women’s Legal Counseling and Service Center. Entro la fine del 2011 Guo e i suoi colleghi avevano fornito assistenza legale gratuita a quasi 80mila persone in casi legati a questioni matrimoniali, di famiglia, diritti umani e molto altro.

La parola all’esperta

Feng Yuan si occupa di tematiche di genere dalla metà degli anni ’80. Dal 1986 al 2006 ha lavorato come giornalista presso la redazione di China Women’s News e del People’s Daily, organo del Comitato centrale del Pcc. Nel 1995 ha fondato insieme ad altri diverse Ong, tra le quali Media Monitor Network for women, Beijin-Tianjin Facilitators’ Team on Gender and Development e Anti Domestic Violence Network. Tra il 2006 e il 2009 è stata coordinatrice del Gender and Women’s Right Program di Action Aid China, poi professoressa e direttrice del Center for Women’s Studies presso l’Università di Shantou (2009-2011). Oggi è presidente di Anti Domestic Violence Network e membro di China Women’s Research Society. Oltre ad essere autrice e coautrice di diverse pubblicazioni e manuali di formazione, ha ricoperto un ruolo di primo piano nella stesura del primo China Human Development Report (2009), del libro bianco sulla parità di genere in Cina (2005) e del rapporto stilato dalle Ong sui progressi compiuti dalla Cina nella realizzazione degli obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG).

Feng ha gentilmente risposto ad alcune domande postele da Uno sguardo al femminile.

Le violenze domestiche sono ancora una realtà di tutti i giorni per le donne cinesi. Secondo un sondaggio pubblicato tempo fa dal China Daily, un terzo delle famiglie cinesi si trova ad affrontare il problema degli abusi -sia fisici che psicologici- entro le mura di casa. Una ricerca intrapresa nelle provincie del Gansu, dello Hunan e del Zhejiang ha evidenziato che un terzo delle famiglie avrebbe assistito ad episodi di violenza domestica; l’85% delle vittime sono donne. La cosa sorprendente è che solo il 5% delle intervistate ha affermato di ritenere il proprio rapporto coniugale infelice. Per molte donne le violenze sono un aspetto “normale” della vita familiare. Eppure alcune iniziative messe in atto negli ultimi tempi indurrebbero a pensare che qualcosa stia cambiando (link).

Se le norme sociali sulle violenze cambiassero, se i servizi pubblici fossero più completi, qualificati e disponibili, la maggior parte delle vittime certamente gradirebbe ottenere maggior aiuto dalla società e sopratutto dallo Stato. Il problema non è che le donne non cercano un supporto esterno alla famiglia, il problema è la mancanza di un sostegno adeguato e di aiuto da parte del governo. Abbiamo sentito un sacco di storie e vere e proprie tragedie come quella di Do Shanshan a Pechino e di Li Yan nel Sichuan , entrambe vittime che non sono riuscite ad avere un aiuto tempestivo.

Quali sono le lacune del corpo normativo cinese che occorre colmare? Quali aspettative ripone nella nuovo leadership guidata da Xi Jinping?

I principi di parità e “uguaglianza” citati dalla legge debbono diventare realtà, occorre che siano  concreti e utilizzabili dai titolari dei diritti, come per esempio le donne. Bisognerebbe imporre ai soggetti responsabili, quali i dipartimenti di Stato e di governo ma anche i datori di lavoro, di adempiere ai propri doveri. Se la nuova dirigenza vuole veramente cambiare le cose, è necessario che prenda in considerazione i diritti delle donne e la parità di genere nel processo di formulazione delle politiche economiche e sociali.

Negli ultimi due decenni, diverse Ong si sono mobilitate nella difesa dei diritti delle donne, ma anche nel tentativo di sensibilizzare la società civile nel suo complesso, nonostante alcuni ostacoli quali vincoli finanziari e status giuridico. Quale sarà il ruolo delle Ong nella battaglia per l’emancipazione femminile?

Le Ong per la difesa delle donne hanno preso l’avvio e continuano a portare avanti attività di sostegno alla causa femminile, nonostante gli ostacoli incontrati. Al contempo le Ong hanno maggiore visibilità tra i media e il pubblico. Quello che dovremmo fare per implementare l’efficacia del nostro lavoro -oltre a richiedere riforme politiche- è rafforzare la nostra capacità di advocay e mobilitazione nel processo di stesura ed elaborazione dell’agenda politica.

Vuole spiegare in breve di cosa si occupa Media Monitor Network for women, Ong di cui è cofondatrice?


Media Monitor Network for Women mira a superare gli stereotipi di genere e a migliorare la partecipazione femminile nel mondo del giornalismo e della comunicazione. A partire dal 1996 ha effettuato diverse ricerche ed inchieste, oltre ad aver organizzato corsi di formazione. Tra anni fa ha cominciato a pubblicare alcuni prodotti editoriali, quali il settimanale online Women’s Voice, seguito poi da Voice of Feminist.

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