Uguaglianza civile e politica. Harriet Taylor e il femminismo liberale

Harriet Hardy-Taylor (1808-1858) è esponente del femminismo della “prima ondata”, quello che, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento, rivendica  il principio fondamentale dell’uguaglianza. Il movimento lotta affinché alle donne vengano riconosciuti i diritti elaborati nei periodi rivoluzionari. Uguaglianza secondo la legge; non teorica ma pratica, finalmente; «Infatti, con quale verità si potrebbe chiamare universale un suffragio dal quale rimane esclusa metà della specie umana? Dichiarare che avere voce nel governo è diritto di tutti, e poi richiederlo solo per una parte – e precisamente per quella parte cui appartiene colui che fa la richiesta – significa rinunciare anche all’apparenza di un principio. Il cartista che nega il suffragio alle donne è un cartista solo perché non è un lord; è uno di quei fautori dell’eguaglianza che vogliono l’eguaglianza solo per se stessi».

Decisiva è la dichiarazione di Elisabeth Cady Stanton (1815-1902) che, luglio 1848 Seneca Falls vicino New York, organizza la prima assemblea per la rivendicazione dei diritti delle donne. Dal punto di vista di una prospettiva genealogica, la nascita del movimento femminista è fatta coincidere con tale dichiarazione; più di trecento donne sono presenti all’assemblea, punto di partenza la dirompente diffusione del movimento anche in Europa; «Che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali; che essi sono creati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili; che fra questi ci sono la vita, la libertà, il perseguimento della felicità; che per assicurare questi diritti sono istituiti i governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governanti. Ogniqualvolta una forma di governo diventa distruttiva di questi fini, è diritto di quelli che ne soffrono rifiutare obbedienza ad esso e di insistere per l’istituzione di un nuovo governo (…) Tale è stata la tolleranza e la pazienza delle donne sotto questo governo, e tale ora è la necessità che le costringe a richiedere la condizione di uguaglianza alla quale hanno titolo. La storia dell’umanità è una storia fatta di ripetute offese e usurpazioni da parte degli uomini verso le donne, aventi come obiettivo diretto l’istituzione di una tirannia assoluta di esse».

Harriet Taylor incontra John Stuart Mill, coautore dei volumi L’emancipazione delle donne e L’asservimento delle donne, nel 1830;  entrambi sono sensibili alla riflessione sull’emancipazione – Mill era stato impegnato nella propaganda dei primi contraccettivi, diffondendo le prime spugne vaginali tra le donne lavoratrici- e il loro rapporto, sebbene la convivenza inizi solo dopo la morte del marito di lei, è una spina nel fianco per la morale vittoriana. La finalità comune degli scritti dei due intellettuali è la confutazione della presunta naturale subordinazione della donna e, allo stesso tempo, l’individuazione dei mezzi che consentirebbero di superare la condizione di assoggettamento in cui essa versa. Nonostante il lavoro di stretta collaborazione, è possibile rintracciare una differenza di pensiero tra Mill e Taylor; il volume del 1851 L’emancipazione delle donne porta l’inconfondibile prevalere del punto di vista della giovane autrice, senza dubbio una posizione più avanzata rispetto a quella del compagno. Entrambi si muovono dalla tradizione liberale e radicale, imbevuta di ricordi illuministici, secondo la quale ogni essere umano si autodetermina, essendo per natura autonomo, razionale e morale, ed è quindi libero. La fonte dell’asservimento delle donne, della loro inferiorità sociale, non è dovuta a cause naturali ma alle condizioni storiche e al dominio esercitato dagli uomini.

Harriet Taylor suggerisce i mezzi necessari alla liberazione delle donne; l’educazione elementare e universitaria, la partecipazione paritaria alle strutture politiche e amministrative a livello locale e nazionale, diritto di voto ed eleggibilità, l’accesso al professioni e alle istituzioni mediche, legali e religiose. Inoltre, ritiene fondamentali i diritti che permetterebbero di intraprendere attività economiche e imprenditoriali, mantenendone i guadagni. Dopo avere vissuto la condizione di moglie e di madre, l’autrice ritiene che l’emancipazione potrà essere raggiunta solo nel momento in cui la donna sarà liberata dagli impegni e dagli obblighi famigliari che, altrimenti, peserebbero unicamente sulle sue spalle. Sua immagine ideale è quella di una donna del tutto pari all’uomo, sia negli impegni famigliari sia nelle istituzioni e nel mondo professionale.

Il saggio di Harriet Taylor non ottiene molta diffusione, a differenza de L’asservimento delle donne di Mill, pubblicato dopo un’aspra battaglia parlamentare in difesa del diritto di voto. Taylor muore nel 1858 ma Helen Taylor, figliastra, continua la campagna iniziata dalla madre, impegnandosi per l’ottenimento del diritto di istruzione superiore, di eredità e di proprietà, di accesso alle libere professioni. Campagna che, grazie alla forza delle iniziative delle suffragette, dopo duri e violenti scontri, permetterà di ottenere, come ricorda Franco Restaino, “conquiste storicamente decisive, culminanti nel diritto di voto” sia in Gran Bretagna sia negli stati Uniti.

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