Il difficile rapporto tra l’Islam e gli omosessuali

Ci sarà una primavera araba anche per il mondo omosessuale, che vive terrorizzato dall’ostilità delle società della maggior parte dei paesi musulmani? L’Islam è compatibile con la tolleranza verso gay e lesbiche? L’onda delle rivolte arabe era partita da un desiderio comune di llibertà, uguaglianza e rinascita. Una forza propulsiva che partiva dal basso e nasceva nel cuore delle nuove generazioni. Pronte a lottare per ricostruire un paese in cui poter vivere senza oppressione e repressione. Non è un caso, allora, che alle manifestazioni di piazza abbiano partecipato con grande entusiasmo molte persone omosessuali. Hanno raccontato la rivoluzione attraverso i loro blog e i siti Internet.

L’entusiasmo e la paura delle comunità LGBT dei paesi arabi corrono su due binari paralleli, diretti verso un esito non democratico delle rivolte. La caduta delle dittature, che con estrema violenza portavano avanti campagne di repressione contro gay e lesbiche, potrebbe portare alla nascita di rinnovati regimi fondamentalisti dove, nonostante il tentativo di apparire moderati, non ci sarebbe posto per la tutela dei diritti umani.

I contatti omosessuali maschili (liwāț), come tutti gli altri rapporti extramatrimoniali, sono severamente condannati dalla sharī’ā e dal Corano (VII, 80-81 :«E Lot, quando disse al suo popolo: “Compirete forse voi questa turpitudine, tale che mai nessuno la commise prima di voi al mondo? Poiché voi vi avvicinate per libidine agli uomini anziché alle donne, anzi voi siete popolo senza freno alcuno”»). La visione islamica si sviluppa secondo un preciso asse gerarchico che prevede l’esplicita, totale e assoluta sottomissione della donna all’uomo, ed è per questo che l’omosessualità, in particolare quella maschile, viene condannata così duramente. Si tratta di un sovvertimento dell’ordine del mondo come l’ha voluto e creato Dio e l’omosessuale è un ribelle agli occhi di Dio.

Nonostante ci sia un certo consenso riguardo al fatto che rapporti sessuali fra persone dello stesso sesso siano in violazione della Sharīʿa, ci sono differenze di opinione tra gli studiosi dell’Islam per quanto riguarda le punizioni, l’opera di riforma, e per le prove da presentare per poter attuare la pena fisica. La scuola hanafita, di matrice sunnita, non considera adulterio i rapporti omosessuali, e lascia la pena a discrezione del giudice. Molti degli studenti più giovani di questa scuola hanno esplicitamente scartato la pena di morte. L’Imām Shāfiʿī considera il sesso omosessuale analogo agli altri zinā’ (sesso prematrimoniale, fuori dal matrimonio). Così, se si scopre che una persona sposata ha avuto rapporti omosessuali viene punita come un adultero e viene lapidato a morte. Se si tratta di una persona non sposata viene punita come fornicatore (frustato). La scuola malikita, di matrice sunnita, prevede la pena riservata agli adulteri, la lapidazione, per tutte le persone (sposate o no) che hanno avuto rapporti omosessuali. Nella principale scuola sciita, la giafarita, l’Āyatollāh iracheno Sayyid al-Khoʿī dichiara che qualsiasi persona colpevole di aver commesso atti omosessuali deve essere punita come un adultero. È importante ricordare che la pena di un adultero richiede che ci siano quattro testimoni perché possa essere eseguita. Tutte le scuole richiedono la testimonianza di quattro uomini per applicare la pena prevista per i rapporti omosessuiali. Tuttavia se può essere presentata una prova oggettiva (test del DNA, fotografie…) si può rendere effettiva la pena senza i quattro testimoni.

Ad oggi, sono circa 77 gli Stati del mondo in cui l’omosessualità viene severamente punita dalla legge e in sette nazioni islamiche (Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia, Somaliland e Yemen) è prevista la pena di morte. Prima si applicava la pena di morte anche in Afghanistan, ma con la caduta dei Talebani, qualcosa è cambiato, anche se l’attuale situazione politica genera qualche incertezza. Il Codice Penale vigente dal 1976 prevede lunghi tempi di detenzione per l’adulterio e la pederastia. Ai tempi dei talebani gli omosessuali venivano messi dietro un muro che veniva poi abbattuto con un bulldozer. Se l’accusato sopravviveva veniva liberato, grazie alla volontà di Allah, ovviamente era più probabile che venisse massacrato.

Nel Codice Penale Federale degli Emirati Arabi Uniti, l’articolo 354 stabilisce che “Chiunque commetta violenza sessuale su una donna o sodomia con un uomo sarà punito con la morte”. In altre nazioni musulmane, come il Bahrain, il Qatar, l’Algeria e le Maldive, l’omosessualità è punita con il carcere, con pene pecuniarie o pene corporali. In alcune nazioni a maggioranza musulmana, come la Turchia, la Giordania, l’Egitto o il Mali, i rapporti omosessuali non sono specificatamente proibiti dalla legge. La nazione che ha il più alto numero di esecuzioni capitali di omosessuali è l’Iran.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sancita nel 1948 vieta qualsiasi trattamento inumano o degradante e considera il diritto alla vita come inviolabile, ma questi paesi agiscono in totale contraddizione con la stessa e negli ultimi anni, si è registrato addirittura un aumento delle esecuzioni capitali (soprattutto in Iran) nonostante le condanne, le risoluzioni e le raccomandazioni emanate dai vari organismi internazionali.

Nei paesi a maggioranza musulmana chi sceglie un amore omosessuale è costretto a vivere nell’ombra. Secondo il Rapporto Annuale di Amnesty International pubblicato nel mese di giugno, sono tre gli stati dove oggi, le persone LGBT, vivono sotto assedio: Turchia, Bahrein e Iran.

Turchia – Secondo il rapporto di Amnesty, il problema della discriminazione nei confronti delle persone LGBT non è stato affrontato. Nel corso del 2011 si sono registrati almeno 8 omicidi tra gli attivisti, e le autorità di pubblica sicurezza continuano a sentirsi autorizzate a compiere molestie e trattamenti arbitrari nei confronti degli appartenenti a tale comunità. Inoltre non è stato aperto alcun procedimento penale per gli episodi citati. Nel corso del 2011, l’Organizzazione per i Diritti Umani aveva già puntato il dito contro il governo di Ankara, pubblicando un rapporto intitolato “Non una malattia né un crimine: le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender in Turchia chiedono uguaglianza”. Infatti, nonostante i numerosi accordi internazionali siglati, l’orientamento sessuale continua ad essere motivo di discriminazione. Dal punto di vista legislativo, la Turchia ignora completamente la materia. La Costituzione e la legislazione nazionale non contemplano il tema della discriminazione sessuale. Semplicemente non esiste. E quando se ne parla, diventa “devianza” o peggio ancora. Così almeno si esprimeva il ministro responsabile per le Donne e la Famiglia nel 2010, anno della prima grande manifestazione di piazza per i diritti degli Lgbt: “L’omosessualità è un disordine biologico, una malattia che deve essere curata”. Chi sceglie di battersi per i propri diritti non può quindi sperare in nessuna protezione a livello statale, sebbene la società civile abbia tentato più volte di fare pressione sul Parlamento perché si pronunciasse sulla questione.

La situazione più difficile è quella dei soldati. In Turchia il servizio militare di 15 mesi è obbligatorio per tutti gli uomini tra i 19 e i 40 anni. Il diritto all’obiezione di coscienza non è risconosciuto. Sono esenti dall’imbracciare le armi i gay, in quanto per le autorità turche “soffrono” di “disordini psico-sessuali“, e quindi “sono inadatti a prestare servizio”. Per provare la propria “inabilità” devono mostrare prove fotografiche o sottoporsi a ispezioni anali.

La situazione delle donne lesbiche e bisessuali è, se possibile, ancora più drammatica rispetto a quella degli uomini, essendo loro vittime di una doppia discriminazione.

Bahrein – Il 2008 è stato un anno particolarmente duro sul fronte dei diritti della comunità LGBT. Il blocco parlamentare Menbar (espressione politica dei Fratelli Musulmani) fece pressioni per “debellare” l’omosessualità dal paese, proebendo l’ingresso di tutti gli stranieri ritenuti tali e istituendo una commissione per stimare il numero di gay presenti nel paese. I luoghi da tenere sotto controllo, secondo i promotori della proposta, erano soprattutto i saloni di bellezza e le scuole. La criminalizzazione dei rapporti omosessuali in questo paese, così come in molti altri Stati del Golfo, è andata di pari passo con l’aumento dell’influenza politica e morale britannica, particolarmente rigida in materia di costumi sessuali. Oggi l’articolo 324 del codice penale considera illegale l’indurre qualcuno a “compiere atti immorali”, il che significa che un semplice invito che riguardi una persona LGBT può diventare reato e tradursi in cinque anni di carcere.

Iran – L’Iran è il paese mediorientale con il più alto numero di condanne a morte per omosessualità. Qui la condizione per le persone LGBT è particolarmente drammatica, dal momento che vengono considerate solo per il fatto che rappresentano un’onta al pubblico pudore. L’articolo 111 del codice penale recita: “L’attività sessuale consumata tra maschi è punibile con la morte nel caso entrambi i partner attivi e passivi siano maturi, consenzienti e capaci di intendere e di volere”. Mentre l’articolo 123 dice che “se due uomini non consanguinei giacciono nudi sotto la stessa coperta non in caso di necessità, ciascun di loro riceverà 99 frustate”. Risale al 13 maggio scorso la notizia della condanna a morte di altri quattro giovani gay Vahid Akbari, Sahadat Arefi, Javid Akbari e Hushmand Akbari. Questa volta se ne conoscono i nomi, ma i condannati a morte per sodomia in Iran sono fantasmi senza identità.

Dal 1979 ad oggi, anno in cui è nata la Repubblica Islamica Iraniana, secondo i dati delle organizzazioni umanitarie sono stati condannati a morte circa 4000 omosessuali. Sempre dal 1979 ad oggi, in Iran, sono state effettuate 4000 operazioni per il cambio del sesso.

Uno dei paradossi della società iraniana è che, se si digita su Google la parola “sex” la ricerca viene bloccata dalla censura del regime degli ayatollah. Se invece vogliamo cercare informazioni sulle persone con “disordini nell’identità di genere” possiamo trovare, con estrema facilità, il sito dei transessuali più importante del panorama virtuale iraniano. È relativamente facile cambiare sesso in Iran, grazie all’avanguardia nelle operazioni e alla fatwa pronunciata da Khomeini negli anni Ottanta. Non esiste nessun passaggio del Corano che vieti la transessualità, vista anzi in maniera positiva perché ritenuta modalità di riequilibrio tra l’identità biologica e la sfera sessuale. Ma nonostante l’intervento sia legale le conseguenze sociali e psicologiche sono spesso terribili: abbandonati dalla famiglie e rifiutati dalla società, le persone che sceglieranno di cambiare sesso sconteranno le conseguenze di un regime fondamentalista, che sacrifica la felicità degli individui in nome di un equilibrio forzato tra maschile e femminile, tra uomo e donna.

1 commento

  1. 7 luglio 2015    

    L’imam Ludovic-Mohamed Zahed racconta come ha conciliato omosessualità e fede islamica
    “Io, imam omosessuale, lotto per un islam inclusivo”

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